Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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domenica 13 dicembre 2015

Fatah e Isis: il sacrificio dei bambini palestinesi

di Bassam Tawil – traduzione di Angelita La Spada
 Di recente, sempre più ragazzi, ragazze e bambini palestinesi hanno lasciato le loro case per andare ad accoltellare gli israeliani. I funzionari dell’Autorità palestinese (Ap) sostengono che i loro figli hanno preso questa decisione spontaneamente e che nessuno li invia a compiere attacchi terroristici. In realtà, però, ogni palestinese sa che dietro questi attentati “indipendenti” e “spontanei” c’è una istigazione deliberata e organizzata, in parte dai politici e in parte dalle fatwa (opinioni religiose) emesse dalle autorità religiose. Uno di questi religiosi, Sheikh Yusuf al-Qaradawi, se ne sta lontano e al sicuro, in Qatar, e manda a morire i bambini palestinesi. Le moschee e le scuole dell’Ap e della Striscia di Gaza, così come i social media, spesso sfruttano spudoratamente i minori palestinesi – che magari sono un po’ smarriti e che anelano a compiere un grande “atto eroico” per una grande “causa” romantica.
Ma poiché i soldati israeliani catturano spesso questi assalitori, molti omicidi commessi da questi bambini finiscono tragicamente anche in inutili suicidi “passivi”. I nostri leader perversi non solo incoraggiano i giovani palestinesi a commettere omicidi, ma quando essi sono uccisi mentre li perpetrano, sia l’Autorità palestinese sia Hamas affermano che sono stati “giustiziati” dagli israeliani. Poi, chiamano i nostri figli morti “martiri” (shuhadaa), li glorificano e li trasformano in figure di riferimento per altri ragazzi perdenti. E infine pagano alle loro famiglie ingenti somme di denaro. Essi mandano i minori a fare il lavoro sporco, ben sapendo che rischiano di essere uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Ma come possiamo giustificare noi stessi? Che cosa abbiamo permesso che accadesse alle belle menti che Allah ci ha dato? Che fine ha fatto il nostro senso della morale? È penoso vedere come questi ragazzi siano trasformati in cose di nessun valore. Sono bambini sacrificati da una cinica leadership palestinese che promuove una cupa cultura di sangue e morte.
Se i palestinesi preferiscono davvero combattere Israele, allora perché mandano i loro figli a combattere una “guerra santa”, invece di farlo loro in prima persona, da uomini? Da queste morti da entrambi i lati non ne viene nulla di buono – e nemmeno verrà. E la situazione della Moschea di al-Aqsa è migliorata? Non è più “in pericolo”? Il problema è che la Moschea di al-Aqsa non è mai stata in pericolo. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale palestinese, Wafa. non ci sono mai stati topi resistenti al veleno, liberati dagli israeliani con lo scopo di far scappare dalle loro case i residenti arabi di Gerusalemme. Come ha scritto sardonicamente un giornalista arabo: “Non è chiaro come a questi ratti sia stato insegnato a stare lontani dagli ebrei, che guarda caso vivono anch’essi nella Città Vecchia“. Non c’è mai stata alcuna gomma da masticare impregnata di afrodisiaco dagli israeliani per corrompere i nostri uomini e donne. E questo ha liberato un metro di terra palestinese? Gli ebrei sono davvero fuggiti “in preda al terrore” da Israele? Al contrario, gli ebrei europei fuggono in Israele. Paradossalmente, mentre gli ebrei sembrano divisi e scannarsi tra di loro, noi continuiamo a farli riavvicinare.
 In qualche modo, gli israeliani sembrano superare i rapimenti, gli attentati suicidi, gli omicidi e gli atti di terrorismo in generale che noi palestinesi perpetriamo contro di loro. Non indietreggiano mai, anzi avanzano. Ci sono due problemi che sembrano essere urgenti. Innanzitutto, dobbiamo decidere, e in fretta, se vogliamo davvero un altro conflitto armato con gli israeliani. In secondo luogo, dobbiamo veramente fare in modo che i nostri figli stiano lontani dai nostri campi di battaglia. Chiunque mandi giovani – molti di loro probabilmente con problemi emotivi – a uccidere e ad essere uccisi, è un assassino egli stesso e alla fine sarà distrutto. La società palestinese sembra regredire verso l’epoca oscura della jahiliyya, ossia verso l’era dell’ignoranza prima che l’Islam ci portasse nella luce. Anziché educare i nostri figli, come si fa in Occidente, a far parte della Generazione Start up, seguiamo l’esempio dell’Africa nera, dove i bambini sono armati con Kalashnikov e mandati a uccidere altri bambini. Siamo diventati niente di meglio degli iraniani, che inviavano i bambini, armati di “Chiavi del Paradiso” di plastica, a bonificare i campi minati, durante la guerra Iran-Iraq. Questi non sono “crimini di guerra”?
Ogni giorno i nostri figli bevono al pozzo avvelenato di Internet e imparano come decapitare, crocifiggere e tagliare gole. Torniamo alla jahiliyyah e sacrifichiamo i nostri figli e le nostre figlie, in nome di Allah, come se Allah fosse una statua pagana con tanto di altare che deve essere placata con il sangue dei bambini. Questa è più o meno la situazione del terrorismo palestinese oggi. Quelli che trascurano l’educazione dei loro figli devono ricordare che le ragazze indifese che oggi escono di casa all’insaputa dei genitori per andare ad accoltellare un israeliano potrebbero un domani arrecare disonore alla loro casa. Una tale società non spaventa gli ebrei né chiunque altro. Alla fine, probabilmente riusciremo solo a favorire la comparsa di fondamentalisti tagliatori di gole e a distruggere noi stessi. Viviamo in una società malata, nella quale la legge di autoconservazione esige omicidi e vendetta. Nei giorni di festa, i nostri figli guardano come noi uccidiamo le pecore, così si abituano all’uso dei coltelli, a tagliare le gole e al sangue che scorre. Vedono video di persone bruciate vive e affogate in Iraq e Siria. Vedono l’Isis. Niente li sconvolge. In Occidente, la morte di un animale domestico, anche di un pesce rosso, fa quasi svenire un bambino. I nostri figli guardano le pecore che lanciano gridi nell’agonia, e non battono ciglio.
L’Islam proibisce l’uccisione di donne, bambini e anziani, ma i palestinesi ascoltano le fatwa degli islamisti radicali che dicono loro di uccidere sempre e comunque – purché siano ebrei, anche fossero neonati. “Domani saranno soldati“, asseriscono i palestinesi. Le fatwa come questa distorcono e falsano il fondamento stesso del nostro Islam mandando i bambini incontro alla morte. Hamas, la Jihad islamica palestinese e l’Isis – tutte organizzazioni terroristiche – si sono estremizzate e nutrite nello stesso piatto dei Fratelli Musulmani. I coltelli dei palestinesi non sono poi così diversi dai coltelli dell’Isis. Essi decapitano i bambini, i giornalisti, i lavoratori impoveriti e altre vittime innocenti – tutto nel nome di Allah, e poi vanno a compiere attacchi terroristici nel resto del mondo. L’unica differenza è che i membri dell’Isis combattono in prima persona, mentre i palestinesi mandano a combattere i loro ragazzi.
Chi pensa di costruire il futuro della Palestina sulle spalle dei bambini assassini non solo sta distruggendo la società palestinese, ma ha imboccato la via delle fiamme dell’inferno. Anche il profeta Maometto (che la pace sia su di lui) e i suoi compagni decapitarono gli infedeli – ma questo nel VII secolo. Sempre più numerose sono le voci dei pii musulmani che invocano la riforma. Proprio la settimana scorsa, l’illustre accademica e giornalista Ibtihal Al-Khatib, dell’Università del Kuwait, ha detto in televisione: “Se non riformeremo noi stessi, ci estingueremo. Le nazioni che si attengono ai principi che sono contrati al progresso della civiltà scompariranno. Tali paesi non sopravvivranno. Qualsiasi tentativo di giustificare o legittimare il terrorismo è un’idea terroristica: l’idea e l’atto sono altrettanto pericolosi“.
Quanto asserito dalla Al-Khatib ha dimostrato come la studiosa sia anni luce più avanti rispetto al segretario di Stato americano John Kerry, che stupidamente si è lasciato sfuggire di bocca che certi attacchi terroristici avevano “una legittimità… una logica. Per questa dichiarazione egli è stato apertamente ridicolizzato. Le scuse che i terroristi trovano per giustificare l’uccisione di persone innocenti sono infinite, illimitate nella depravazione e inquinano le nostre società. Queste voci che invocano la riforma sono spesso frenate dalla paura che il loro potere, l’influenza e gli ottimi posti di lavoro – che mantengono solo grazie alla zakat [la decima] – potrebbero essere in pericolo. Alla maggior parte di noi non piace perdere benessere materiale e comodità. Molti musulmani non vogliono rinunciare ad avere schiavi, e questo non solo in Mauritania, ma ai vertici della comunità musulmana.
Ma non vi è alcuna giustificazione per il terrorismo. I francesi, che facilmente giustificano il terrorismo contro gli ebrei in Medio Oriente, ora si trovano a dover affrontare la stessa situazione in casa. L’unica cosa sorprendente è che sono stati sorpresi. L’immagine del terrorismo islamico globale diventa sempre più chiara. Qui, gli islamisti vogliono “liberare” Gerusalemme dall’occupazione da parte degli infedeli sionisti e crociati. In seguito, vorranno “liberare” la Spagna occupata, che una volta era l’Andalusia musulmana, e restituirla all’Islam. Dopodiché, vorranno occupare il Vaticano e stabilire l’Emirato islamico sulle rovine del Cristianesimo, come fecero “nell’epoca d’oro”, quando conquistarono Costantinopoli, la capitale dell’Impero bizantino.
 Mentre gli ebrei sono bravissimi a migliorare l’agricoltura, vincere i premi Nobel, inventare farmaci salvavita, creare startup e in genere a fare passi da gigante nelle scienze e nelle tecnologie di punta, noi palestinesi, indietreggiando verso la jahiliyya, non abbiamo dato nulla al mondo, se non terrorismo e morte. Anche prima che il palestinese Abdullah Azzam diventasse mentore di Osama bin Laden, i palestinesi avevano avviato una campagna terroristica globale. Il terrorismo palestinese ha preso il via negli anni Settanta. Nel maggio 1972, i passeggeri presenti nell’area ritiro bagagli dell’aeroporto israeliano di Lod (oggi chiamato Ben Gurion) furono massacrati. Nel settembre 1972, vennero trucidati 11 atleti della squadra olimpica israeliana, a Monaco. Nel maggio 1974, i terroristi palestinesi fecero strage di bambini israeliani nella cittadina di Ma’alot. Nel 1976, i terroristi dirottarono un aereo dell’Air France in volo da Tel Aviv a Parigi e individuarono i passeggeri ebrei a bordo. Nel 1978, sulla Strada costiera israeliana venne dirottato un autobus e furono uccisi i civili israeliani presenti sul mezzo di trasporto. Nel 1985, i palestinesi dirottarono la nave crociera “Achille Lauro”, al largo dell’Egitto, e poi uccisero a sangue freddo e gettarono in mare un invalido (ebreo) sulla sedia a rotelle di 69 anni.
E la lista potrebbe continuare all’infinito – dagli attacchi suicidi su autobus, nei caffè, negli alberghi, negli asili, nei centri commerciali e nelle discoteche, il più delle volte diretti contro la popolazione civile, all’attuale ondata di attentati contro gli israeliani accoltellati in strada, nelle loro auto e nei luoghi di culto. E adesso? I nostri leader palestinesi difendono questi minorenni accoltellatori spiegando che cercano di uccidere i civili ebrei a causa della “occupazione” o perché “al-Aqsa è in pericolo” – false dichiarazioni alla fine messe a tacere da un sondaggio palestinese della settimana scorsa. Nonostante i nostri figli siano manipolati a uccidere se stessi, ci sono ancora i leader di Fatah, come Abbas Zaki, un attivista anziano dell’organizzazione Fatah, che fa loro credere che ci sia qualche vantaggio da un’altra Intifada inutile o dal porre fine al coordinamento per la sicurezza con Israele. Lui e quelli come lui farebbero bene a ricordare che, come la maggior parte dei palestinesi sa benissimo, il coordinamento per la sicurezza con Israele è prima di tutto nel loro interesse. Impedisce all’Autorità palestinese di crollare; protegge i nostri leader dalla possibilità di essere assassinati per mano di Hamas, com’è stato il destino dei leader di Fatah nella Striscia di Gaza. È l’unica garanzia che abbiamo per una eventuale creazione di uno Stato palestinese.
Potremmo fare anche bene a ricordare gli effetti delle prime due Intifade. Centinaia, forse migliaia, di palestinesi sono morti, ma gli israeliani non si sono mossi di un metro. Portiamo avanti una campagna terroristica dopo l’altra. E la violenza non ci conduce da nessuna parte e non ci porta nulla – né da Israele né dalla comunità internazionale. Se davvero vogliamo avere il nostro Stato palestinese, possiamo averlo domani. Tutto ciò che dobbiamo fare è cambiare la nostra immagine di terroristi.

lunedì 7 dicembre 2015

Gli scrittori iraniani perseguitati trovano riparo (ed editori) in Israele

L’eccezione ebraica nell’arco da Casablanca a Mumbai
 
Roma. Novantanove frustate per aver “insultato la divinità”, oltre che per aver stretto la mano in pubblico a una donna che non fa parte della sua famiglia. E’ la condanna che il regime iraniano ha appena inflitto a Mehdi Mousavi, il poeta reo di non aver seguito i recenti dettami dell’ayatollah Ali Khamenei, che ha stabilito le regole di ciò che la “Guida Suprema” ritiene i “buoni poeti islamici” debbano osservare durante la scrittura.
 
ARTICOLI CORRELATI Califfi e proletari “Gli assassini ridono” “Il multiculti porta alla guerra civile” Rahim Safavi, capo dei pasdaran integralisti, lo aveva promesso: “Dovremo tagliare la gola a qualcuno e la lingua a qualche altro”. Il poeta Said Sultanpour venne rapito il giorno del matrimonio del figlio e ucciso in una prigione di Teheran. A Rahman Hatefi-Monfared tagliarono le vene e venne lasciato sanguinare a morte nella prigione di Evin. A Mehdi Shokri cavarono gli occhi, perché aveva scritto un poema beffardo in cui sosteneva che l’immagine dell’ayatollah Khomeini era apparsa in una luna piena. “Spero di vedere il giorno in cui nessuno sarà mandato in prigione in questa terra per aver scritto poesie”, aveva detto Mehdi Mousavi, condannato a undici anni di carcere oltre che alla sua porzione di frustate. E’ andata meglio al più celebre poeta della giovane generazione, Payam Feili. Qualche giorno fa il ministero dell’Interno israeliano, guidato da Silvan Shalom, gli ha rilasciato un permesso di ingresso nello stato ebraico. Sì, i perfidi sionisti hanno aperto le porte al cittadino di uno stato nemico, un iraniano. La visita di Feili coincide con la messa in scena a teatro a Tel Aviv della sua opera “Le tre stagioni”, bandita dagli ayatollah.
 
Poeta omosessuale, Feili ha subìto la censura, gli arresti, le minacce e le vessazioni del regime iraniano, prima di riparare in Turchia e adesso in Israele. E’ da undici anni che una sua opera non viene pubblicata in farsi e gli ayatollah costrinsero persino la casa editrice per la quale Feili lavorava come editor a licenziarlo. Lo scorso luglio, in una intervista al portale israeliano Nrg, Feili aveva espresso il desiderio di visitare lo stato ebraico. Così il ministro della Cultura, la likudnik Miri Regev, ha chiesto al ministro Shalom di concedergli il permesso di ingresso. Appena arrivato a Tel Aviv, il poeta iraniano ha dichiarato: “Ma questo è il più bel posto del mondo”.
 
   
Doveva ricordarsene l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, che in visita in Iran lo scorso luglio aveva parlato di “un’alleanza di civilizzazioni” tra Europa e Iran. La storia di Feili e di tanti altri dissidenti iraniani ci indica il contrario. Ci parla dell’unicità di Israele, l’unico porto franco di tutto il medio oriente per le minoranze religiose e sessuali: a sud, ci sono le fruste dei custodi dell’Arabia Saudita; a nord, i palazzi da cui vengono gettati gli omosessuali dallo Stato islamico; a est l’Iraq e poi l’Iran. Si affaccia sul Mediterraneo, a Haifa, il quartier generale della minoranza sincretista Bahai, perseguitata dal regime iraniano. Hanno trovato riparo in quel piccolo stato, più piccolo della Toscana, una goccia con i suoi ventimila chilometri quadrati contro una superficie di tredici milioni di chilometri quadrati dei paesi arabo-islamici. In una grande mezzaluna che va da Casablanca a Mumbai c’è soltanto il libero stato d’Israele.

Cosa rispose Ben Gurion a John Foster Dulles….

Quando David Ben Gurion ricopriva la carica di Primo ministro israeliano, si reco’ in viaggio negli Stati Uniti per incontrare il presidente Eisenhower, per chiedergli aiuto e sostegno nei primi tempi difficili dello Stato di Israele. John Foster Dulles, allora Segretario di Stato, sfido’ Ben Gurion cosi’:
Mi dica, Signor Primo Ministro – Chi, voi e il vostro Stato dovreste rappresentare? Gli ebrei della Polonia, o quelli dello Yemen, della Romania, del Marocco, dell’Iraq, della Russia o forse del Brasile? Dopo 2000 anni di esilio, potete onestamente parlare di una sola nazione, e di una sola cultura? Potete parlare di un patrimonio unico, o forse di una sola tradizione ebraica?
Ben Gurion gli  rispose cosi’:
Ascolti, Signor Segretario di Stato – Circa 300 anni fa, il Mayflower lascio’ l’Inghilterra con i primi coloni che si insediarono in quella che divenne la più grande superpotenza democratica conosciuta come gli Stati Uniti d’America . Ora, mi puo’ fare un favore? – esca  per strada, mi trovi 10 bambini americani e chieda loro quanto segue:
1 / Qual era il nome del capitano della Mayflower?
2 / Quanto duro’ l’ultimo viaggio?
3 / che cosa mangiarono i passeggeri?
4 / Quali furono le condizioni di navigazione durante il viaggio?
Sono sicuro converrà che con buone probabilità non sarà possibile ottenere una buona risposta a queste domande. Invece  – non 300 ma più di 3.000 anni fa, gli ebrei hanno lasciato il paese d’Egitto. Le chiedo, signor segretario, durante i suoi viaggi in tutto il mondo, di chiedere a 10 bambini ebrei di questi paesi diversi di rispondere a queste domande:
1/ Qual era il nome del capo che porto’ gli Ebrei fuori dall’Egitto?
2/ Quanto tempo ci volle prima di arrivare nella Terra di Israele?
3/ Che cosa mangiarono durante la traversata del deserto?
4/ Che successe quando si trovarono di fronte al mare?
Una volta ottenute le risposte a queste domande, vi esorto a riconsiderare attentamente la domanda che mi ha fatto.

Accoltellamenti, attentati, aggressioni: una “normale” giornata in Israele

Gerusalemme, 4 Dicembre 2015 – Un agente di polizia israeliano di 35 anni è stato ferito a coltellate, ieri pomeriggio, in via Hanevi’im, nei pressi della Porta di Damasco, a Gerusalemme, da un terrorista palestinese di 21 anni originario di Tulkarem. L’aggressore è stato ucciso dalla reazione del compagno di pattuglia del poliziotto ferito.
In precedenza un civile e un soldato israeliani erano stati feriti da colpi d’arma da fuoco esplosi da un’auto in movimento vicino al posto di controllo Hizma, alla periferia nord di Gerusalemme. Il terrorista, ucciso dalla reazione dei militari, era un ufficiale delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese.
Sempre nella serata di ieri un veicolo israeliano è stato raggiunto da una decina di colpi d’arma da fuoco nei pressi di Psagot (poco a nord di Gerusalemme): danni al mezzo, ma nessun ferito.
(Fonte: Israele.Net)

La nuova verità sul massacro di Monaco 1972: «Atleti israeliani torturati, uno fu evirato»


Picchiati, torturati, uno di loro fu anche evirato. Arrivano dalla voce di due vedove nuovi dettagli finora taciuti sul massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972. Una verità documentata da foto, definite troppo cruente per essere mostrate in pubblico. E che raccontano i maltrattamenti subiti dagli atleti, prima di essere uccisi dal commando di fedayn palestinesi di Settembre Nero.
Picchiati e torturati
Quello che successe davvero il 5 settembre 1972 e nelle 20 ore successive agli 11 atleti israeliani, lo raccontano Ankie Spitzer e Illna Romano, vedove di due di loro, al New York Times. Nel settembre del 1992, 20 anni dopo la tragedia, i loro avvocati le informarono di essere entrati in possesso di nuovi documenti e fotografie sulle ore del massacro. Le due donne, vollero vedere tutto il materiale. Per oltre un ventennio hanno taciuto su quanto avevano visto. Fino ad ora. La verità sulla strage verrà raccontata in un documentario, Munich 1972 & Beyond. «Hanno evirato mio marito, davanti ai suoi compagni» racconta Illna Romano, moglie di Yossef, olimpionico di sollevamento pesi. Ankie Spitzer, moglie di Andre, allenatore di scherma, spiega che solo 20 anni dopo la strage le autorità tedesche hanno deciso di fornire ai loro legali la documentazione sulla strage: centinaia di pagine di un rapporto di cui fino a quel momento era stata negata l’esistenza. «Era peggio di quanto mi immaginassi» racconta Illna Romano. Suo marito, spiega, cercò di affrontare i terroristi. Fu lasciato morire davanti agli altri atleti, ed evirato, non è chiaro se prima o dopo la morte. «Il momento in cui ho visto quelle foto è stato dolorosissimo. Fino a quel giorno mi ricordavo Yossef come un giovane uomo con un grande sorriso. Quel momento ha cancellato tutto quello che ricordavo di lui». A riconoscere il cadavere fu lo zio, ma, racconta, gli venne mostrato solo il volto. Altri ostaggi furono picchiati brutalmente, i cadaveri furono ritrovati con le ossa fratturate. «I terroristi hanno sempre sostenuto di non essere entrati in azione per uccidere» dice Ankie Spitzer «ma di volere solo la liberazione dei loro compagni dalle celle in Israele».
Il massacro
Il massacro avvenne tra il 5 e il 6 settembre 1972, quando a Monaco di Baviera erano in corso le Olimpiadi estive. Un commando di otto fedayn dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero fece irruzione nel villaggio olimpico negli alloggi destinati agli atleti israeliani. Due furono uccisi subito, altri 9 vennero tenuti in ostaggio per ore. Moriranno tutti, insieme a 5 fedayn e a un poliziotto, durante una sparatoria all’aeroporto con la polizia tedesca: i terroristi avevano ottenuto un aereo per lasciare Monaco. Gli altri 3 terroristi furono arrestati ma rilasciati il 29 ottobre dello stesso anno nell’ambito della trattativa per il dirottamento sopra Zagabria di un aereo della Lufthansa. Il documentario Munich & Beyond verrà presentato al pubblico a inizio 2016. A settembre nel Villaggio Olimpico di Monaco verrà inaugurato un monumento in ricordo delle vittime.

Quella “nakba” ebraica di cui non parla mai nessuno

Una legge, approvata dalla Knesset nel 2014 dopo anni di sforzi e trattative, ha infatti designato il 30 novembre come data ufficiale per la rievocazione annuale dell’espulsione degli ebrei dalle terre islamiche. Il decreto attuativo è stato firmato il 23 giugno 2014 e lunedì scorso è stato messo in pratica per la seconda volta con una serie di eventi e celebrazioni.
Gli ebrei hanno vissuto per millenni nei paesi arabi. Un certo numero di comunità ebraiche vi risiedeva sin da prima dell’avvento dell’islam. Ma nel XX secolo, per via dell’ascesa del nazionalismo arabo e del conflitto che investiva le comunità ebraica e araba nella Palestina sotto Mandato Britannico, gli ebrei vennero aggrediti e i loro diritti violati su larga scala nei paesi arabo-islamici.
La data del 30 novembre ha un significato speciale in quanto il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò il piano per la spartizione del Mandato Britannico sulla Palestina, con la conseguente creazione di uno stato ebraico che venne immediatamente e unanimemente respinto dalle nazioni arabe. Così, l’espulsione degli ebrei dai paesi arabi venne presentata in un primo momento come una sorta di vendetta per la decisione dell’Onu.
Nel periodo immediatamente successivo all’adozione del piano di spartizione, su ordine diretto della Lega Araba vennero scatenati dei pogrom contro gli ebrei a Aden, che nel 1948 aveva una comunità di 8.700 ebrei (45.000 in totale in tutto lo Yemen) e ad Aleppo, in Siria, che prima della creazione di Israele vantava una comunità ebraica di 20.000 anime. Più tardi, dopo la vittoria di Israele contro gli eserciti arabi che lo avevano attaccato nella guerra del ’48 (rimasta impressa nella memoria collettiva palestinese come la Nakba, la “catastrofe”), l’espulsione degli ebrei venne riformulata come un atto di rappresaglia per la vittoria militare di Israele. In Marocco il numero degli ebrei si ridusse dai 286.000 del 1948 ai 50.000 del 1968. Nei primi mesi del 2015 non se ne contano più di 2.500. In Algeria il numero degli ebrei passò dai 130.000 del 1948 ai 1.500 del 1968, mentre in Egitto nello stesso periodo gli ebrei passavano da 75.000 a meno di mille.
Tra il 1946 e il 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è riunita 197 volte per discutere lo status dei “profughi palestinesi” senza menzionare mai una sola volta la condizione dei profughi ebrei dai paesi arabi.
Edy Cohen, studioso orientalista del Menachem Begin Studies Institute dell’Università Bar-Ilan, lui stesso un profugo ebreo dal Libano, intervistato da i24news sull’esodo degli ebrei mediorientali a volte volontario, molto più spesso forzato, parla apertamente di “trasferimento imposto” e anche di “nakba ebraica”. “Perdettero tutto nella fuga per salvarsi la vita – dice Cohen – le case, le aziende, le comunità, le sinagoghe. Tutto è stato sequestrato, confiscato: un patrimonio pari a centinaia di miliardi di dollari”.
Sebbene a livello politico vi sia stato di recente un certo aumento di interesse per il destino degli ebrei profughi dai paesi arabi, questa tendenza non può in alcun modo essere paragonata all’enorme copertura mediatica di cui ha goduto sulla scena internazionale il destino dei profughi palestinesi.
Il governo israeliano ha promesso che risarcimenti per gli ebrei espulsi dalle terre musulmane faranno parte del negoziato su qualunque futuro accordo di pace con i paesi arabi, insieme al problema dei profughi palestinesi. “Non ci potrà essere nessuna equa soluzione al problema dei profughi palestinesi fino a quando non si troverà una soluzione per i profughi ebrei dai paesi arabi e per la proprietà che dovettero abbandonare”, conclude Cohen.
(Fonte: i24news, 30 Novembre 2015)

venerdì 4 dicembre 2015

La nuova verità sul massacro di Monaco 1972: «Atleti israeliani torturati, uno fu evirato»


Picchiati, torturati, uno di loro fu anche evirato. Arrivano dalla voce di due vedove nuovi dettagli finora taciuti sul massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972. Una verità documentata da foto, definite troppo cruente per essere mostrate in pubblico. E che raccontano i maltrattamenti subiti dagli atleti, prima di essere uccisi dal commando di fedayn palestinesi di Settembre Nero.
Picchiati e torturati
Quello che successe davvero il 5 settembre 1972 e nelle 20 ore successive agli 11 atleti israeliani, lo raccontano Ankie Spitzer e Illna Romano, vedove di due di loro, al New York Times. Nel settembre del 1992, 20 anni dopo la tragedia, i loro avvocati le informarono di essere entrati in possesso di nuovi documenti e fotografie sulle ore del massacro. Le due donne, vollero vedere tutto il materiale. Per oltre un ventennio hanno taciuto su quanto avevano visto. Fino ad ora. La verità sulla strage verrà raccontata in un documentario, Munich 1972 & Beyond. «Hanno evirato mio marito, davanti ai suoi compagni» racconta Illna Romano, moglie di Yossef, olimpionico di sollevamento pesi. Ankie Spitzer, moglie di Andre, allenatore di scherma, spiega che solo 20 anni dopo la strage le autorità tedesche hanno deciso di fornire ai loro legali la documentazione sulla strage: centinaia di pagine di un rapporto di cui fino a quel momento era stata negata l’esistenza. «Era peggio di quanto mi immaginassi» racconta Illna Romano. Suo marito, spiega, cercò di affrontare i terroristi. Fu lasciato morire davanti agli altri atleti, ed evirato, non è chiaro se prima o dopo la morte. «Il momento in cui ho visto quelle foto è stato dolorosissimo. Fino a quel giorno mi ricordavo Yossef come un giovane uomo con un grande sorriso. Quel momento ha cancellato tutto quello che ricordavo di lui». A riconoscere il cadavere fu lo zio, ma, racconta, gli venne mostrato solo il volto. Altri ostaggi furono picchiati brutalmente, i cadaveri furono ritrovati con le ossa fratturate. «I terroristi hanno sempre sostenuto di non essere entrati in azione per uccidere» dice Ankie Spitzer «ma di volere solo la liberazione dei loro compagni dalle celle in Israele».
Il massacro
Il massacro avvenne tra il 5 e il 6 settembre 1972, quando a Monaco di Baviera erano in corso le Olimpiadi estive. Un commando di otto fedayn dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero fece irruzione nel villaggio olimpico negli alloggi destinati agli atleti israeliani. Due furono uccisi subito, altri 9 vennero tenuti in ostaggio per ore. Moriranno tutti, insieme a 5 fedayn e a un poliziotto, durante una sparatoria all’aeroporto con la polizia tedesca: i terroristi avevano ottenuto un aereo per lasciare Monaco. Gli altri 3 terroristi furono arrestati ma rilasciati il 29 ottobre dello stesso anno nell’ambito della trattativa per il dirottamento sopra Zagabria di un aereo della Lufthansa. Il documentario Munich & Beyond verrà presentato al pubblico a inizio 2016. A settembre nel Villaggio Olimpico di Monaco verrà inaugurato un monumento in ricordo delle vittime.
Nell’immagine in alto: gli atleti israeliani vittime della Strage di Monaco del 1972: Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana, Yossef Romano, 31 anni, pesista, Yossef Gutfreund, 40 anni, arbitro di lotta greco-romana, David Berger, 28 anni, pesista, Mark Slavin, 18 anni, lottatore, Yakov Springer, 51 anni, giudice di sollevamento pesi, Ze’ev Friedman, 28 anni, pesista, Amitzur Shapira, 40 anni, allenatore di atletica leggera,  Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore, Kehat Shorr, 53 anni, allenatore di tiro a segno, André Spitzer, 27 anni, allenatore di scherma

lunedì 16 novembre 2015

Attentato palestinese contro auto di civili israeliani: muoiono padre e figlio, altri due feriti


Gerusalemme, 14 Novembre 2015 – Un 40enne israeliano, Yaakov Litman, e suo figlio Netanel di 18 anni sono stati uccisi ieri pomeriggio (venerdì scorso) in un attacco terroristico a colpi d’arma da fuoco esplosi da terroristi palestinesi contro l’auto su cui stavano viaggiando, a sud di Hebron, insieme ad altri familiari, di ritorno da un evento di famiglia. Feriti altri due passeggeri: una donna e un ragazzo di 16 anni.
I terroristi che hanno teso l’imboscata sono fuggiti in auto dopo la sparatoria. Intense le ricerche in corso in tuttala zona da parte delle forze di sicurezza israeliane. Hamas ha elogiato l’assassinio definendolo un atto “eroico”.
Secondo un inviato del Canale1 israeliano, l’ambulanza della mezza luna rossa palestinese è stata la prima ad arrivare sulla scena senza però prestare alcun soccorso.
(Fonte: Israele.net)

mercoledì 4 novembre 2015



i palestini vogliono la pace e aprono boutique Hitler che vende abbigliamento per i tagliagole e gli accoltellatori

4 Novembre 1945: il pogrom di Tripoli (Libia)

La questione dei profughi ebrei scappati dai paesi arabi viene spesso sottovalutata sia dagli storici che dagli “esperti” di politica estera che premono continuamente sullo Stato di Israele facendo continuamente riferimento ad un numero sempre maggiore e mai realmente confermato di “profughi palestinesi” con cui i vari governi israeliani dovrebbero fare i conti. Nell’ottica di riscoperta di avvenimenti storici poco conosciuti ai più, riteniamo quindi opportuno oggi dare spazio ad una testimonianza diretta riguardante uno dei terribili pogrom che subirono gli ebrei di Libia (di cui ci siamo già occupati qualche anno fa). Buona lettura.
Verità sugli ebrei della Libia
di Leone Nauri
Leggo continuamente dei bei tempi andati in Libia… E rimango incredulo e stupito. Basterebbe ricordarsi che da quel paese siamo stati cacciati dopo tre pogrom e senza una lira in tasca per non credere a queste menzogne ma probabilmente non è sufficiente per cui vorrei ricordare ai miei compaesani come vivevamo, senza sindromi di Stoccolma o altro. Vorrei ricordare che quando uscivamo di casa il consiglio silenzioso dei genitori era: testa bassa e passo svelto. Che le possibilità di essere insultai, sputazzati, picchiati erano tra il 30 ed il 50 per cento. Che quando uscivamo da casa eravamo possibilmente più di uno e che ci accompagnavamo vicendevolmente. In genere ogni uno di noi aveva un accompagnatore “ghibbor e coraggioso” per tornare. Mia madre Z’ L’ quando tornavo mi diceva sempre che… ero un attaccabrighe perché in fin dei conti se avessi seguito strade più sicure, a testa bassa, con passo svelto o di corsa avrei probabilmente ridotto il numero degli scontri!
Nelle stradine più strette con marciapiedi piccoli se eri sovrappensiero e non ti accorgevi che dalla parte opposta arrivava un mussulmano e quindi non scendevi dal marciapiedi beccavi un ceffone ed una serie di insulti dal “ia kelb”, a “iudi kafr”. E questa era le regola, non era una situazione speciale era così e basta. Quando si tornava dal tempio ti aspettavano fuori e ti attaccavano. Mi ricordo che il nostro gruppetto in uscita da Slat dar el malte era Leone Nauri, Victor Meghnagi Z’ L’ e Simo Dula questo era il vero ghibbor, metteva la lingua fra i denti e diceva: non rispondere a caso se ti picchiano rispondi al loro capo e non agli altri.
Ai miei genitori quando dicevo di andarcene mi rispondevano sempre che ero un esagerato!
Vorrei ricordarvi anzitutto che nel 1945 in Libia vivevano 40000 ebrei e 500000 arabi in un territorio grande tre volte l’Italia e che il nostro annichilimento ha portato ad una nostra progressiva cacciata nonostante noi fossimo residenti da oltre 2000 anni, molto prima dei mussulmani, ma questo non viene mai ricordato, nessuno si alza con le chiavi di casa a richiedere le nostre case ed i nostri diritti. Noi eravamo circa l’otto per cento della popolazione e ci spetterebbe l’8 per cento del territorio, del petrolio, dei soldi che ci hanno derubato, oltre la rivalutazione e gli interessi. Centinaia di sinagoghe trasformate in moschee o date alle fiamme, centinaia di morti e il nostro cimitero coperto con l’asfalto di una autostrada. Non abbiamo resistito con le armi, non ci hanno ascoltato né l’ONU e nemmeno le altre associazioni internazionali. Ma credo che dovremmo cominciare a pensare ad un movimento politico, anche con l’uso delle flottiglie che vanno di moda. Maledetti loro.
I morti del 1945
Vorrei anzitutto ricordare il contesto in cui si è svolto il pogrom. La Libia era una colonia Turca, poi una colonia Italiana e dopo la guerra era sotto il controllo della Gran Bretagna. Il 4 Novembre 1945 i mussulmani hanno attaccato gli ebrei ovunque fossero, hanno dato alle fiamme centinaia di negozi, case, sinagoghe ed hanno assassinato 133 persone. Le autorità Inglesi non hanno mosso un dito per quattro giorni e quattro notti!
Il risultato è stato l’assassinio a Tripoli di:Amira Izhak (Huga Giabin), Attia Regina (Tesciuba), Barabes Huatu Asciusc, Barda David, Bendaud Masauda, Dadusc Lisa, Fellah Musci-Kisc, Fellah Rubina, Genah Barkhani-Kassis, Genah Yosef Kassis, Gerbi Hmani Barghut, Guetta Meri, Habib Pinhas, Haiun Mazala, Halfon Hmani-Aruah, Halfon Masuda-Buda, Hassan Mas’auda, Leghziel Mamus – Ghezal, Makhluf Nissim, Meghnagi Gebri, Messica Hai Glam, Messica Raffael- Halil, Nahum Pinhas, Nahum Shlomo-Nawi, Naim Bekhor, Naim Bekhor Baiiba, Naim Raffael, Naim Nasi, Naim Iosef-Haba, Rav Dadusc Sciaul, Rav Avraham Tesciuba, Serussi Iakov-Gabbai, Sofer Hanna (Haddad), Sofer Mas’ud, Zanzuri Rubina.
Ad Amrus sono stati assassinati: Buaron Misa, Baranes Zina, Baranes Miha, Baranes Mas’uda, Glam Abraham, Glam Giuara, Iamin Mas’uda, Cahlon Huatu, Cahlon Huatu, Cahlon Hai, Cahlon Micael, Cahlon Makhluf, Cahlon Mantina, Cahlon Saida, Cahlon Pinhas, Cahlon Sciuscian, Cahlon Sara, Makhluf Guta, Makhluf Huatu, Makhluf Khlafu, Makhluf Misa, Makhluf Misa, Makhluf Misa, Makhluf Mantina, Makhluf Nesria, Makhluf Sultana, Makhluf Scimon, Makhluf Scimon, Mimun Lisa, Mimun Sfani, Saada Wasi, SaadaMisa, Scmuel Bekhor, Scmuel Iaakov, Scmuel Meir, Scmuel Mergiana (Makhluf), Sasson Lisa, Scmuel Rahel, Scmuel Scimon.
A Zanzur sono stati assassinati: Cahlon Bachuna, Cahlon Huatu, Cahlon Mamus, Cahlon Masu, Cahlon Sturi (Debasc), Guetta Aziza, Guetta Aziza, Guetta Eliau, Guetta Fragi, Guetta Ghezala, Guetta Ghezala (Debasc), Guetta Hluma, Guetta Hmani, Gueta Kalifa, Guetta Khamsa, Guetta Khlafu, Guetta Khlafo, Guetta Lidia, Guetta Mas’uda (Serussi), Guetta Misa, Guetta Mosce, Guetta Nissim, Guetta Saruna, Guetta Sbai, Guetta Sfani, Guetta Toni, Hayun Dukha, Haiun Hmani, Haiun Khamus, Haiun Kheria, Hayun Khlafo, Haiun Mergiana (Makhluf), Makhluf Gamira, Makhluf Sara, Makhluf Scimon, Scmuel Nissim.
A Zawia sono stati assassinati: Bukris Ester (Dadusc), Badasc Giuara, Badasc Rahamin, Dadusc Scialom, Haggiag Nissim, Halal Eliau, Halal Hevron, Halal Khamus, Halal Somani, Haiun Sclomo, Hayun Ester (Tura), Leghziel Kheria (Dadusc), Zigdon Nesria.
A Tagiura sono stati assassinati: Arbib Bekhor, Arbib Khalifa, Arbib Scmuel, Attia Eliau, Buaron Amira, Frig Guta (Dadusc), Skhaib Abraham.
A Msellata hanno assassinato: Attia Rahmin-Agila, Attia Iehuda, Legtivi S’ayid
Gli ebrei si erano sempre fidati dei mussulmani, e nonostante alcuni problemi non avrebbero mai immaginato un assalto di quelle proporzioni. Questo provocò un abisso incolmabile con i mussulmani ed una assoluta mancanza di fiducia nelle autorità inglesi. I massacri durarono dal 4 al 7 novembre e non mi risulta nessuna commissione di inchiesta dell’Onu o delle associazioni Internazionali. Per onestà bisogna ricordare che anche alcuni dignitari mussulmani cercarono di bloccare i massacri e che solo dopo tale data gli inglesi intervennero fermandoli.

Il boicottaggio danneggia i palestinesi:lo capiranno mai i pacifinti??

Imporre etichette differenziate sulle merci prodotte da ditte ebraiche con sede in Cisgiordania, come sembra intenzionata a fare l’Unione Europea, equivale a boicottare Israele in quanto tale e colpisce l’economia palestinese. Lo ha detto la vice ministra degli esteri israeliana Tzipi Hotovely. “Il nostro concetto è molto semplice – ha detto Hotovely – Boicottare i beni prodotti in Giudea, Samaria, Gerusalemme est e Golan significa boicottare Israele: noi non vediamo alcuna d...ifferenza tra la zona industriale di Barkan e la zona industriale di Haifa”. Hotovely ha spiegato che i parchi industriali in Cisgiordania, dove vengono prodotte molte delle esportazioni verso l’Europa, impiegano israeliani e palestinesi che lavorano insieme, e ha citato una fabbrica che ha visitato a Barkan (vicino ad Ariel, Cisgiordania) dove il 60% dei dipendenti sono palestinesi, molti dei quali in posizioni dirigenziali. “L’etichettatura differenziata danneggerebbe 10.000 famiglie palestinesi senza fare granché contro il sistema economico in Israele che è molto più forte”, ha concluso la vice ministra.

martedì 27 ottobre 2015

Chi ha paura delle telecamere sul Monte del Tempio?

Netanyahu: "E’ nel nostro interesse istituire la videosorveglianza 24 ore al giorno per confutare le false accuse contro Israele". I palestinesi: "E' una trappola"

Fedeli ebrei molestati da donne musulmane nei pressi del M onte del Tempio di Gerusalemme, durante le recenti festività di Sukkot
Fedeli ebrei e bambini in lacrime, molestati da donne musulmane nei pressi del Monte del Tempio di Gerusalemme durante le recenti festività di Sukkot
 
“Come abbiamo detto molte volte, Israele non ha alcuna intenzione di dividere il Monte del Tempio, e respingiamo completamente qualsiasi tentativo di insinuare il contrario”. Lo ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un comunicato alla stampa internazionale diffuso sabato sera. “Riconoscendo l’importanza del Monte del Tempio per i fedeli di tutte e tre le fedi monoteiste, ebrei, musulmani e cristiani – continua il comunicato di Netanyahu – Israele ribadisce il proprio impegno a mantenere invariato lo status quo sul sito sacro, con le parole e con i fatti. E rispettiamo l’importanza del ruolo speciale del Regno hashemita di Giordania, che si riflette nel trattato di pace del 1994 tra Giordania e Israele, e il ruolo storico di re Abdullah II. Israele – prosegue il primo ministro – continuerà ad applicare la sua consolidata politica secondo cui i musulmani pregano sul Monte del Tempio, mentre i non musulmani visitano il Monte del Tempio. Israele ritiene che coloro che si recano sul Monte del Tempio, per visita o per culto, devono poterlo fare in pace, senza violenze, minacce, intimidazioni o provocazioni. Continueremo a garantire l’accesso al Monte del Tempio a fedeli e visitatori pacifici, e a garantire il mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza. Accogliamo con favore – conclude Netanyahu – un maggiore coordinamento tra le autorità israeliane e il Waqf [ente del patrimonio islamico] giordano, per garantire fra l’altro che visitatori e fedeli esercitino moderazione e rispetto per la sacralità del sito, e tutto questo nel rispetto delle rispettive responsabilità sia delle autorità israeliane che del Waqf giordano. Sottoscriviamo l’appello per un immediato ripristino della calma, e per l’adozione di tutte le misure atte a garantire che cessi la violenza, che vengono evitate azioni provocatorie e che la situazione torni alla normalità in modo da promuovere le prospettive di pace. Siamo ansiosi di operare in modo cooperativo per attenuare le tensioni, fermare l’istigazione e scoraggiare le violenze”.
La dichiarazione di Netanyahu giunge dopo che il Segretario di stato Usa John Kerry ha annunciato che Israele ha accettato ciò che Kerry ha definito “un ottimo suggerimento di re Abdullah di Giordania”, custode del complesso della moschea di al-Aqsa sul Monte del Tempio: e cioè l’idea di garantire una copertura video 24 ore su 24 su tutto il sito. Sottolineando come il monitoraggio video fornirebbe “completa visibilità e trasparenza”, Kerry ha detto che tale misura “potrebbe cambiare davvero le cose, scoraggiando chiunque intenda disturbare la santità del luogo”. “Israele – ha aggiunto Kerry, anticipando le parole poi confermate da Netanyahu – continuerà ad applicare la sua consolidata politica sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif, compreso il fatto fondamentale che i musulmani vi pregano mentre i non musulmani lo visitano. Mi auguro – ha aggiunto Kerry – che sulla base di queste conversazioni potremo finalmente mettere a tacere alcune delle false supposizioni e percezioni che alimentano le tensioni e fomentano la violenza: è importante porre fine alla retorica provocatoria e iniziare a cambiare la narrazione pubblica che scaturisce da quelle false percezioni”.
Gelida la reazione palestinese. Parlando domenica a radio Voce della Palestina, il ministro degli esteri dell’Autorità Palestinese Riyad al-Maliki ha definito la proposta delle telecamere “un’altra trappola degli israeliani”, aggiungendo che la dichiarazione di sabato sera del primo ministro israeliano “non è credibile” perché in ogni caso “di Netanyahu non ci si può fidare”. “Chi monitorerà gli schermi di queste telecamere? – si è chiesto Maliki – Come verranno impiegate? Le registrazioni non saranno successivamente usate per arrestare giovani e fedeli musulmani con il pretesto dell’istigazione?”. Dal canto suo, Hamas ha dichiarato in un comunicato diffuso sabato: “Questo non è altro che un ignobile tentativo di Netanyahu, in collusione con gli americani, di consolidare il controllo sionista su al-Aqsa, concedendo all’occupazione il potere di autorizzare e vietare ai musulmani di pregare nella moschea”.
 
Il mufti palestinese Mohammed Ahmed Hussein domenica sera a Canale Due: “La Moschea di al-Aqsa esiste da 3.000 anni fa, e da 30.000 anni fa, e dalla creazione del mondo”.
 
Molto diversa la risposta israeliana. Aprendo domenica mattina la riunione settimanale del suo governo, Netanyahu ha affermato che “è nell’interesse di Israele” istituire la videosorveglianza 24 ore al giorno, giacché le telecamere permetteranno di “confutare” le false accuse secondo cui Israele starebbe modificando lo status quo, e di “mostrare dove originano davvero le provocazioni, e contrastarle”. Netanyahu ha detto ai ministri d’aver chiarito a Kerry che non ci sarà alcun cambiamento nello status quo, e che il sito continuerà a essere amministrato come è stato finora. “Le modalità di visita per gli ebrei sul Monte del Tempio saranno mantenute e non ci sarà alcun cambiamento” ha detto, aggiungendo che lo stesso vale per le modalità di preghiera dei musulmani. Netanyahu ha detto di sentirsi incoraggiato dalla “risposta positiva” del ministro degli esteri giordano Nasser Judeh ai suoi chiarimenti sulla questione. “Spero che questo aiuterà a calmare la situazione – ha detto – almeno per quanto riguarda il Monte del Tempio”.
Secondo l’agenzia di stampa ufficiale giordana Petra, il ministro Judeh ha detto che le osservazioni di Netanyahu costituiscono un “passo positivo nella giusta direzione”. Paradossalmente, nel dicembre del 2013 era stata la Giordania, che oggi ha proposto l’installazione delle telecamere sul Monte del Tempio, ha protestare vivacemente per l’annuncio di una analoga iniziativa da parte di Israele. “La Giordania rifiuta l’installazione ad opera di Israele di telecamere di sorveglianza per monitorare fedeli e funzionari del Waqf, in particolare le donne”, aveva detto allora il ministro dell’informazione giordano Mohammad Momani, citato dall’agenzia di stampa statale Petra.
Intervistato domenica sera dalla tv Canale 2, il mufti palestinese Mohammed Ahmed Hussein ha detto di non poter commentare il piano mediato dagli Usa di installare la videosorveglianza al Monte del Tempio di Gerusalemme. “E’ ancora in fase di progetto e il Waqf deciderà alla fine” ha detto Mohammed Ahmed Hussein, aggiungendo che in ogni caso “gli ebrei non hanno il diritto di salire al Monte del Tempio”. “La Moschea di al-Aqsa esiste da 3.000 anni fa, da 30.000 anni fa, dalla creazione del mondo” ha affermato il mufti palestinese, che ha anche negato con veemenza che vi sia mai stato un Tempio ebraico sulla sommità del Monte, a dispetto delle ricche testimonianze archeologiche e testuali, anche da fonti musulmane. Basti ricordare – scrive Ilan Ben Zion su Times of Israel – che una guida all’Haram al-Sharif (nome arabo del Monte del Tempio) edita dal Waqf islamico nel 1924 menzionava esplicitamente la presenza nell’antichità di due Templi ebraici sull’attuale spianata delle moschee a Gerusalemme. E vi sono almeno quattro iscrizioni del Tempio di Erode, distrutto dai romani nel 70 e.v., che attestano la presenza di un Tempio ebraico sulla spianata progettata da Erode duemila anni fa.
(Da: Times of Israel, Jersualem Post, YnetNews, 25.10.15)

giovedì 22 ottobre 2015

Israele: l’ondata di terrorismo palestinese non accenna a fermarsi

Gerusalemme, 22 Ottobre 2015 – Mentre il mondo si preoccupa delle parole del premier Netanyahu circa le responsabilità degli arabopalestinesi e dell’allora Gran Muftì di Gerusalemme durante la Seconda Guerra Mondiale, e in particolar modo del loro appoggio al nazismo, nelle città israeliane continuano gli attentati terroristici contro civili e militari israeliani con una frequenza impressionante. Grazie gli amici di Israele.net, del Borghesino e di Progetto Dreyfus cerchiamo qui di riassumere gli avvenimenti della sola giornata di ieri (!!!), in cui si sono verificati i seguenti attacchi:

– una 15enne palestinese armata di coltello ha cercato di entrare mercoledì mattina nel villaggio israeliano di Yitzhar, vicino a Nablus. Dopo aver cercato invano di fermarla con colpi di avvertimento, i soldati le hanno sparato ferendola alle gambe, dopodiché l’hanno soccorsa e portata in ospedale.

– Un agente di polizia è rimasto ferito da un’auto con targa israeliana guidata da un palestinese che lo ha investito a un posto di controllo alle porte della comunità israeliana di Ofra, in Cisgiordania (Giudea e Samaria). Il guidatore è riuscito a fuggire a piedi verso il vicino villaggio di Silwad, ma è stato successivamente arrestato dalla polizia israeliana. Non si esclude che possa trattarsi di un incidente di matrice terroristica.

– Una soldatessa israeliana è stata gravemente ferita a coltellate alla gola ad Adam, vicino al posto di controllo Hizme a nord di Gerusalemme, da un palestinese che si è poi scagliato verso una seconda soldatessa che invece è riuscita a sparargli in tempo, uccidendolo. Un complice del terrorista è stato arrestato subito dopo dai militari.

– Due palestinesi sono stati arrestati alle porte di Ma’ale Adumim (sobborgo est di Gerusalemme) perché trovati in possesso di due ordigni esplosivi artigianali nascosti nella loro auto.

– Un veicolo militare israeliano in transito mercoledì sera sulla statale 60, nei pressi di Beit Ummar, è finito sotto una pioggia di pietre lanciate da palestinesi. Quando i soldati sono usciti dal mezzo, sono stati travolti da un’auto in corsa in quello che appare come un attentato coordinato. Cinque i soldati feriti, di cui almeno uno grave. Il conducente palestinese è poi rimasto gravemente ferito dalla reazione dei militari. I palestinesi hanno anche cercato di impedire il soccorso dei feriti lanciando pietre contro i servizi d’emergenza.

– Un terrorista ha tentato di pugnalare una vittima a Gerusalemme, mercoledì sera, ma è stato colpito e neutralizzato prima che riuscisse a fare del male a qualcuno. Lo ha riferito Israel Radio.

– Un razzo palestinese lanciato mercoledì sera dalla striscia di Gaza verso Israele si è abbattuto su un terreno non edificato nella zona di Sha’ar Hanegev.

Nella stessa giornata le Forze di Difesa israeliane hanno revocato l’ordinanza con cui nei giorni scorsi avevano vietato agli agricoltori israeliani delle comunità prospicienti da striscia di Gaza di lavorare a meno di 1 km dalla recinzione di confine. L’ordine era motivato dalla presenza di cecchini palestinesi attivi dall’altro versante del confine.

martedì 20 ottobre 2015

Israele sulla Luna!

Siamo pronti! Israele è il primo concorrente ad aver firmato il contratto per il lancio del proprio veicolo lunare su un missile commerciale, e questa è già una vittoria sui 33 team che partecipano (solo 15 sono ancora in gara). La gara indetta da Google prevede l'allunaggio, l'esplorazione di almeno 500 metri, e la trasmissione di immagini e video HD. Quindi quando la bandiera israeliana scenderà sulla Luna nel 2017, Israele si unirà al ristretto club di USA, Russia e Cina. Europei, Giappone e India invece hanno anch'essi raggiunto la Luna ma si sono schiantati. Sarà un piccolo passo per la storia dello spazio ma un gigantesco passo per Israele e per il team dei costruttori che già sta lavorando per portare nelle scuole i frutti di una grande impresa ed entusiasmare una nuova leva di studenti di tecnologie di punta.
http://www.jpost.com/Israel-News/Israel-might-be-heading-for-the-moon-421233

Hit and run and stabbing attack in Jerusalem israel 13/10/2015


martedì 13 ottobre 2015

Il mito dei palestinesi “senza speranza”

Di Ben-Dror Yemini

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo
Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

C’è una irragionevole scuola di pensiero che sostiene che, se solo offrissimo ai palestinesi un orizzonte politico e un po’ di speranza, non dovremmo affrontare queste violenze, queste sommosse e non vi sarebbe un’altra intifada.
Una delle più dolorose ondate di terrorismo si verificò nel corso degli anni ’90: erano gli anni del processo di Oslo, anni pieni di grandi speranze. C’era un orizzonte politico, c’era un governo che si batteva per la pace. Sembrava che una soluzione fosse a portata di mano. Forse che tutto questo portò un po’ di calma? Magari. Quello che ricevemmo fu un’ondata di ininterrotto terrorismo. E non è ancora cessato.
Un’esplosione ancora più grande di terrorismo ebbe inizio con la “seconda intifada”. Accadde proprio quando Israele aveva accettato per la prima volta non solo uno stato palestinese, ma anche una divisione di Gerusalemme. Ma anziché un po’ di pace ricevemmo una sagra di stragi sanguinose.

Tel Aviv, via Dizengoff, 19 ottobre 1994: tredici mesi dopo la stretta di mano Rabin-Arafat

Quindi, per favore, piantiamola con la vaneggiante convinzione che “se solo dessimo loro un po’ di speranza, non ci sarebbe nessuna intifada”. Giacché non uno dei ragazzi violenti che lanciano pietre e molotov, che scatenano disordini, che ammazzano o che si fanno saltare in aria, lo fa allo scopo di “riavviare il processo diplomatico”. Non sono membri di un ramo palestinese di Pace Adesso. Non sono minimamente interessati ad alcun processo politico, o alla pace, o a una composizione del conflitto basata su due stati per due popoli.
Appartengono al campo di chi non vuole la fine dell’occupazione, ma la fine di Israele. Non appena sembra che qualcosa si muova, che una pace sia a portata di mano, ci danno dentro per distruggere qualsiasi progresso verso la pace con Israele. Questo è esattamente quello che hanno fatto negli anni ’90, ed è esattamente quello che hanno fatto durante l’anno più promettente di tutti per la pace, l’anno 2000, quando Israele era guidato dal governo di Ehud Barak, Shlomo Ben-Ami, Yossi Beilin e Yossi Sarid.

Dopo un attentato palestinese su un autobus israeliano

La violenza deriva dall’indottrinamento, dal nazionalismo estremista e intransigente, dal desiderio di distruggere Israele. Un’ondata di violenza, almeno nelle sue prime fasi, riguarda una minoranza. Non occorrono più di poche centinaia o poche migliaia di persone, su diversi milioni. I principali agitatori hanno poi bisogno di Israele per reclutarne altre decine di migliaia e allargare la sommossa. Nulla serve meglio gli interessi dell’islamista Raed Salah e di Hamas che slogan e azioni come “pugno di ferro”, “ritorsione”, “punizione collettiva”. E’ esattamente così che si ottiene che a migliaia e migliaia aderiscano alla spirale di violenza. Come al solito, i più estremisti dei coloni chiedono “sempre maggiori costruzioni in Giudea e Samaria” come “appropriata risposta sionista” al terrorismo. Ed è questo ciò che calmerà le cose? Lo pensano sul serio? Mescolare popolazioni ostili fra loro non ha mai sopito gli animi. Ma forse è questo ciò che vuole la destra ideologica: non uno stato ebraico, quanto piuttosto un unico stato in cui gli attivisti dell’estrema destra vivano dentro Silwan, nel cuore del quartiere musulmano di Gerusalemme, negli avamposti dentro aree costellate di villaggi arabi. E se oggi solo il tre per cento di loro prende parte attiva alle ritorsioni violente, l’estrema destra cerca il modo di trasformarli nel trenta per cento. Non si fermeranno finché non saremo diventati una nuova Siria.
Dall’altra parte Ayman Odeh, il leader moderato della Lista Araba Comune, si è rifiutato di condannare i recenti atti di omicidio. In un’intervista la scorsa settimana Odeh ha messo in chiaro di non essere disposto a “porre limiti” alla lotta palestinese. A volte questo genere di condanne, bisogna ammetterlo, possono essere di pura facciata: uno sfoggio di ipocrisia. Ma questa ipocrisia può avere un valore importante. perché questa ipocrisia comporta un senso di vergogna. Tutti, infatti, possiamo avere talvolta delle opinioni affette da pregiudizi. Di tanto in tanto persino delle idee un po’ razziste. Ma le persone civili sono consapevoli del fatto che queste opinioni sono inammissibili. Non ne vanno fiere. Se ne vergognano. Ayman Odeh ha perso il senso della vergogna: non è ipocrita, ma non è nemmeno una persona civile.
(Da: YnetNews, 10.10.15)

Scopo delle violenze? Tornare alla ribalta, ottenere concessioni senza negoziare

Per i palestinesi, il terrorismo è l'unico strumento da utilizzare per raggiungere i loro obiettivi


Reuven Berko
Reuven Berko

Scrive Reuven Berko: «Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) continua a giocare con il fuoco. Lui e i suoi sostengono che Israele, siccome è bloccato dai negoziati in stallo, cerca di scatenare violenza e terrorismo al fine di aumentare la pressione internazionale per la soluzione del problema palestinese. In realtà, è vero esattamente il contrario. Alla luce del caos in Medio Oriente, della minaccia di milioni di profughi che incombono sull’Europa e del fatto che il terrore islamico domina l’agenda internazionale, il problema palestinese è quasi uscito dai radar. Per questo motivo Autorità Palestinese e Hamas cercano di rilanciare il problema utilizzando il metodo che conoscono meglio: versare sangue di ebrei. Chiusi nell’angolo, Autorità Palestinese e Hamas hanno fatto ricorso ad un ignobile e collaudato detonatore: il grido “la moschea di Al-Aqsa è in pericolo”. A nulla sono valse le ripetute dichiarazione di Israele che lo status quo sul Monte del Tempio verrà preservato. Mentre in tutta la regione chiese e moschee vengono date alle fiamme, la calunnia contro Israele non si è fermata nonostante sia noto a tutti che proprio quella di al-Aqsa è la moschea meglio tutelata. La verità è che Abu Mazen e la sua gente (così come alcuni esponenti della Lista Araba Comune e del Movimento Islamico in Israele) aspirano a realizzare il sogno di una terza intifada, una sorta di riedizione di quella che a loro dire fu la prima intifada: “masse disarmate che praticano disobbedienza civile alla Gandhi”.
 
E va da sé che per portare avanti questo sogno è necessario ammazzare degli ebrei. Ma come tutti i piromani, Abu Mazen e il suo staff non si sono soffermati a considerare il fatto che il fuoco potrebbe bruciare pure loro. Eppure Abu Mazen sa bene che, se le cose gli sfuggiranno di mano come avvenne a Gaza nel 2007, e Hamas prenderà il controllo sul suo territorio, i capi dell’Autorità Palestinese verranno buttati giù dai tetti e le proprietà accumulate grazie alla loro gestione corrotta verranno confiscate. Dopodiché sarà difficile premere su Israele perché accetti la nascita in Cisgiordania di stato islamico sotto Hamas. Ecco perché suonano vuote le minacce dell’Autorità Palestinese di interrompere la cooperazione sulla sicurezza con Israele: servono solo per cercare di estorcere ciò che si vuole mediante la pressione internazionale, senza concedere nulla in cambio a Israele. Ma il momento della verità, per i palestinesi, si avvicina. Abu Mazen dovrebbe finalmente riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, rinunciare alla follia del “ritorno”, acconsentire a scambi di territori, accettare uno stato smilitarizzato con capitale Ramallah e confini non totalmente sotto il suo controllo. Purtroppo, invece, la falsa memoria dei palestinesi, e anche di alcuni arabi israeliani che sognano nuove intifade, fa loro dimenticare i disastri provocati dalla loro reiterata scelta di scontrarsi, anziché negoziare, con Israele. Alla luce della tragica “primavera araba”, dovrebbero piuttosto decidere di aggiornare la loro scheda di memoria». (Da: Israel HaYom, 7.10.15)

Eyal Zisser
Eyal Zisser

Scrive Eyal Zisser: «L’ondata di attacchi terroristici palestinesi ha riportato alla ribalta il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Tutt’a un tratto è di nuovo rilevante. Alcuni lo lodano per i suoi tentativi di contenere la portata delle violenze, altri lo criticano per aver contribuito a fomentare la piazza palestinese. E, naturalmente, non mancano quelli che invocano la ripresa dei colloqui di pace con lui. La cosa importante è che la gente è finalmente tornata a prestargli attenzione. Fino a poche settimane fa Abu Mazen era un uomo dimenticato. Anche i suoi più stretti collaboratori cominciavano a eroderne il potere. Con l’obiettivo di restare in scena, Abu Mazen ha usato il suo discorso alle Nazioni Unite per annunciare che i palestinesi non si ritengono più vincolati dagli accordi firmati con Israele. Ma anche questa minaccia non ha ottenuto molta attenzione. Ora, invece, Abu Mazen sta felicemente utilizzando l’ondata di attacchi terroristici al fine di garantire la propria sopravvivenza politica. La vuota minaccia formulata alle Nazioni Unite non nasconde il fatto che egli ha bisogno di Israele almeno quanto Israele ha bisogno di lui. Se non fosse per Israele, Abu Mazen avrebbe già perso da tempo il potere, e tutti i benefici che il potere comporta. Abu Mazen non è un uomo del terrorismo, e di certo ha imparato la lezione del suo predecessore Yasser Arafat che finì scottato dalle fiamme della seconda Intifada che egli stesso aveva innescato. Ma fiamme di basso livello servono agli scopi di Abu Mazen in questo momento, giacché aumentano la sua importanza di fronte a Israele, alla comunità internazionale e al suo popolo. E poi Abu Mazen si attiene strettamente alla narrazione palestinese secondo cui gli attacchi terroristici non vanno condannati in quanto fanno parte della “lotta popolare” contro “l’occupazione”. Solo poche settimane fa Abu Mazen era un uomo del passato. Ma l’ondata di attentati terroristici gli ha dato scopo e significato, perché ora ha di nuovo un ruolo da ricoprire. Speriamo che cerchi davvero di fermare le violenze. Soprattutto, speriamo che abbia ancora il potere di farlo». (Da: Israel HaYom, 8.10.15)

Ronen Yitzhak
Ronen Yitzhak

Scrive Ronen Yitzhak: «I palestinesi credono di poter intraprendere azioni unilaterali nei confronti di Israele, invece di negoziare con esso la creazione di uno stato palestinese. I palestinesi pensano di poter dettare le condizioni e ottenere che la comunità internazionale faccia pressione su Israele perché le accetti. E il terrorismo, per i palestinesi, è lo strumento da utilizzare per raggiungere i loro obiettivi. A quanto pare, Nazioni Unite e potenze mondiali hanno giocato un ruolo nell’ondata di terrorismo palestinese, quando hanno ignorato sia l’istigazione dell’Autorità Palestinese all’odio contro Israele, sia il suo sostegno finanziario ai terroristi detenuti. Se le Nazioni Unite e le potenze mondiali avessero preso posizione contro quella campagna di istigazione, avrebbero forse contribuito a prevenire il grosso degli attacchi terroristici. Invece l’Onu, lungi dal condannare l’istigazione, non ha nemmeno tenuto una seria discussione su di essa, esattamente come non ha discusso dell’esplicita istigazione iraniana per la distruzione di Israele. L’Onu ha invece offerto al presidente dell’Autorità Palestinese il palco da cui muovere minacce contro Israele e ha permesso ai palestinesi di issare la loro bandiera accanto alle bandiere degli stati membri, dando loro per l’ennesima volta l’illusione di essere ammessi nella comunità degli stati senza negoziare la pace con Israele. Ma i palestinesi cesseranno di ricorrere al terrorismo solo quando capiranno di non poter guadagnare nulla dal terrorismo sul piano politico. Portare i palestinesi al tavolo dei negoziati con Israele è nell’interesse sia di Israele che del mondo. Questo è ciò che dovrebbero fare Nazioni Unite e potenze mondiali». (Da: Israel HaYom, 8.10.15)

lunedì 12 ottobre 2015

Perché il terrorismo palestinese colpisce sistematicamente i civili, e se ne vanta

Il motivo per cui degli ebrei sono stati uccisi nella Città Vecchia di Gerusalemme nell’agosto 1929 e nell’ottobre 2015 è esattamente lo stesso

Di Emmanuel Navon

Emmanuel Navon, autore di questo articolo
Emmanuel Navon, autore di questo articolo
 
 
 
 
La scorsa settimana Eitam Henkin e sua moglie Naama sono stati assassinati davanti ai loro quattro figli mentre tornavano a casa in auto. Ho avuto il privilegio di conoscere Eitam, che frequentava un mio corso d’insegnamento su Alexis de Tocqueville al Kohelet Policy Forum. Eitam era una persona colta, un animo gentile e un uomo giusto. Aveva scritto due libri e decine di articoli sulla legge ebraica e stava completando un dottorato in storia all’Università di Tel Aviv. Eitam e sua moglie sono stati assassinati appena prima dello Shabbat in cui nelle sinagoghe viene letto il libro di Qohelet (Eccelsiaste). Qohelet afferma che “c’è un giusto che muore nella sua giustizia, e c’è un malvagio che vive a lungo nella sua malvagità” (Eccl. 7,15), ma non pretende di spiegare come mai.
La questione del perché Eitam e Naama sono stati uccisi non è solo filosofica, ma anche politica. Per i palestinesi e i loro tanti apologeti in Occidente, i coniugi Henkin sono colpevoli della loro stessa tragedia in quanto “agenti dell’occupazione”. L’Autorità Palestinese non ha condannato il delitto perché lo ritiene “un atto legittimo di resistenza”. Quando, due giorni dopo l’assassinio dei coniugi Henkin, sono stati accoltellati a morte nella Città Vecchia di Gerusalemme Nehemia Lavi e Aharon Banito, l’Autorità Palestinese non ha deplorato la loro uccisione a sangue freddo, ma l’uccisione a caldo del loro aggressore. Il portavoce dell’Autorità Palestinese Ihab Bseiso ha aggiunto che “l’unica soluzione è la fine dell’occupazione israeliana della nostra terra palestinese occupata e la creazione del nostro stato indipendente sui confini del ‘67 con Gerusalemme come capitale”. In altre parole, il terrorismo finirà quando Israele rinuncerà a ogni centimetro di terra conquistato difendendosi nella guerra dei sei giorni.
Naama ed Eitam Henkin
Naama ed Eitam Henkin
 
Ma è una menzogna.
Ottantasei anni fa, nell’agosto 1929, 133 ebrei vennero uccisi dagli arabi a Gerusalemme, a Hebron e a Safed. A quell’epoca non c’era nessuna “occupazione israeliana”. In realtà il motivo per cui degli ebrei sono stati uccisi nella Città Vecchia di Gerusalemme nell’agosto 1929 e nell’ottobre 2015 è esattamente lo stesso: i capi palestinesi hanno fomentato le violenze accusando falsamente gli ebrei di “profanare” la moschea di Al-Aqsa.
Nel 1929 Haj Amin al Husseini (il mufti di Gerusalemme, collaboratore dei nazisti, elogiato come un “eroe” dal capo dell’Olp Yasser Arafat) fece circolare volantini con foto ritoccate in cui si accusavano gli ebrei di pianificare la presa e la distruzione della moschea di Al-Aqsa. Il 16 settembre 2015, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha dichiarato testualmente: “Noi benediciamo ogni goccia di sangue versata per Gerusalemme, che è sangue pulito e puro se versato per Allah. Ogni martire andrà in cielo, e ogni ferito verrà ricompensato per volontà di Allah. La moschea di Al-Aqsa è nostra, la Chiesa del Santo Sepolcro è nostra, e loro [gli ebrei] non hanno alcun diritto di profanarle con i loro piedi sozzi. Noi non permetteremo loro di farlo e faremo tutto quanto in nostro potere per proteggere Gerusalemme”.
1929: ebrei in fuga dalla Città Vecchia di Gerusalemme a causa delle violenze arabe
 
Non deve dunque sorprendere se Muhannad Halabi, il 19enne assassino arabo che ha pugnalato a morte due ebrei nella Città Vecchia di Gerusalemme lo scorso sabato sera, prima di commettere il crimine ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Ciò che sta accadendo alla moschea di al-Aqsa è ciò che sta accadendo ai nostri luoghi santi e la via del nostro Profeta [Maometto]”. Halabi è stato istigato, ed ha agito di conseguenza. Non ha scritto d’essere motivato dalla necessità di creare uno stato arabo indipendente all’interno delle ex linee armistiziali che separavano Israele e Giordania negli anni 1949-‘67. Le vittime che ha preso di mira non erano militari, ma civili. La sua motivazione non era politica, ma religiosa.
Lo stesso vale per gli assassini di Eitam e Naama Henkin. In quanto membri di Hamas, non si battono per la creazione di un ulteriore stato arabo a fianco di Israele, ma per uno stato islamico “su ogni centimetro della Palestina” (articolo 6 della Carta di Hamas), dove non sarà ammesso nessun ebreo (e nessun cristiano). La Carta di Hamas cita il famoso hadith Al-Bukhari (una dichiarazione non compresa nel Corano, ma attribuita a Maometto): “Il Giorno del Giudizio non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: o musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo”. Secondo un sondaggio condotto da Stanley Greenberg nel luglio 2011, il 73% dei palestinesi concorda con questo hadith (si veda il Jerusalem Post del 15 luglio 2011).
Non è un caso se il terrorismo palestinese colpisce sistematicamente i civili. Come nel 1929, anche oggi l’assassinio di ebrei è motivato da sobillazioni calunniose e credenze religiose: entrambe già presenti ben prima della nascita dello stato di Israele, così come entrambe continuerebbero ad esistere anche se Israele dovesse ritirarsi da ogni centimetro di terra conquistato nel giugno ‘67.
(Da: i24news, 7.10.15)

mercoledì 7 ottobre 2015

7 Ottobre 1985: il dirottamento dell’Achille Lauro

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, venne dirottata da un commando del Fronte di Liberazione della Palestina. A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.
Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all’intercessione dell’Egitto, dell’OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell’invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat ), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità.
Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l’altro mediatore dell’OLP) oltre ad degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la base NATO di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.
L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all’aeroporto si schierarono a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano.
I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell’OLP.
Alla ripartenza dell’aereo con destinazione Ciampino si unirono al veivolo egiziano un veivolo del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) che era nel frattempo giunto con l’ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l’autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il veivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.
Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un’eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.
Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del ministero di Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.
Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l’altro mediatore dell’OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all’ergastolo in contumacia.
Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.
Dopo aver lasciato Alessandria e aver effettuato uno scalo in Grecia, l’Achille Lauro si diresse verso Napoli, quando la CIA passò un’informazione, forse proveniente dai servizi egiziani, relativa alla possibile presenza di esplosivo su alcune casse caricate ad Alessandria. Pur non potendo verificare la veridicità dell’informazione il SISMI, in accordo con il comandante della nave, decise per precauzione di far gettare in mare alcune casse di cui non era stato possibile far controllare il cui contenuto.
Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.