Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 27 maggio 2015

26 maggio 1948: nascita di Tzahal

il 26 maggio 1948 nasceva ufficialmente l'IDF
Grazie a tutti i ragazzi/e che si impegnano quotidianamente per proteggere lo Stato di Israele.

CALCIO: RAGAZZO ISRAELIANO SCONFIGGE LA LEUCEMIA E INCONTRA IL SUO IDOLO TOTTI.

Si sono scambiati le maglie come fanno i campioni in campo, ma Tomer Inbar non e' (ancora) un calciatore professionista, ha solo 13 anni, e la n. 10 di Francesco Totti l'ha ricevuta direttamente a Trigoria. Il capitano della Roma, d'altronde, messo al corrente della storia del ragazzo israeliano - tornato a giocare dopo aver lottato contro a leucemia - si e' subito attivato per esaudirne il deside...rio, ovvero incontrare il suo idolo nel mondo del calcio.
Per Tomer insomma la visita al centro sportivo giallorosso, e il tempo trascorso nell'ufficio personale di Totti, sono stati un sogno.
Al giovane nel marzo del 2014 era stata diagnosticata una leucemia che lo ha costretto a lasciare sia la scuola sia il calcio, che praticava indossando la maglia dell'Hapoel Herzliya. Dopo un trattamento aggressivo, presso l'ospedale pediatrico di Tel Aviv, a settembre e' stato trovato un donatore compatibile che ha permesso il trasferimento in un'altra struttura (l'ospedale Schneider di Petah Tikva, dove ha passato due lunghissimi mesi in assoluto isolamento) per il trapianto di midollo osseo. A febbraio di quest'anno poi ecco la vittoria piu' grande: il ritorno sui banchi di scuola e, sostenuto dai compagni di squadra, anche quello in campo.
Un ritorno che, complice la tournee in Italia (a Milano) della sua squadra per una serie di amichevoli, ha permesso a Tomer di esprimere un desiderio: vedere dal vivo il suo idolo calcistico, Francesco Totti. Detto, fatto. Durante l'incontro il giovane ha spiegato di giocare da terzino destro (nel ruolo adora Dani Alves, e per questo ha scelto il n.22 come l'esterno del Barcellona), poi i due si sono scambiati le rispettive maglie con nome e autografo. Al termine poi Totti, a nome del Maccabi Italia e della Federcalcio israeliana (organizzatrici e promotori dell’iniziativa), e' stato invitato in Israele, e a visitare la Sinagoga Maggiore e il Museo ebraico di Roma. (ANSA).

Razzo su Israele

Un razzo Grad palestinese lanciato dalla striscia di Gaza contro Israele si è abbattuto martedì sera nella zona di Gan Yavne, ad est di Ashdod, interrompendo quattro settimane di quiete. Le sirene dell’allarme antiaereo hanno suonato nelle regioni di Ashdod e Lakhish. Lo scorso 24 aprile terroristi di Gaza avevano sparato un razzo sulla zona di Sderot interrompendo quattro mesi di calma.
L'aviazione israeliana ha risposto colpendo quattro obiettivi di Hamas tra cui rampe di lancio missili e centri di comando.
Il ministro della Difesa ha dichiarato che Hamas è il solo responsabile di questi lanci e che se si dovesse interrompere la calma Gaza pagherà un prezzo alto.

L'economia israeliana

Minimo storico della disoccupazione in Israele. Secondo i dati diffusi lunedì dall’Ufficio Centrale di statistica israeliano, il tasso di disoccupazione in aprile è sceso al 4,9%, infrangendo la soglia psicologica del 5%. Il tasso di disoccupazione maschile è sceso dal 5,2% di marzo al 4,9% di aprile, quello femminile dal 5,4% di marzo al 4,7% di aprile. Il tasso di partecipazione della forza lavoro ha raggiunto in aprile il massimo storico del 60,9% (contro il 60,2% di marzo), pari a 3,64 milioni di occupati (1,9 milioni di uomini e 1,7 milioni di donne). Ai minimi storici anche l’indice dei prezzi al consumo, che in aprile è cresciuto dello 0,6% segnando un calo dello 0,5% nell’arco degli ultimi 12 mesi. La Banca d’Israele ha detto lunedì che l’economia del paese è “stabile e in crescita moderata”. Secondo una prima stima dei dati del primo trimestre 2015 (destagionalizzati su base annua), il PIL è cresciuto del 2,5%, soprattutto per l’aumento dei consumi privati e delle esportazioni.

giovedì 21 maggio 2015

Lo status quo tranquillamente sostenibile e quello insopportabile

La visita in Israele di Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha lo scopo di rilanciare il coinvolgimento dell’Unione Europea nel cosiddetto “processo di pace in Medio Oriente”. “Lo status quo non è un’opzione”, ha dichiarato la signora Mogherini alla vigilia della visita. Tra i membri dell’Unione Europea, la Francia sta attivamente promuovendo una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza sul conflitto israelo-palestinese.
Il testo francese definirebbe l’ex linea armistiziale tra Israele e Giordania, rimasta in vigore nei soli diciannove anni fra il 1949 e il 1967, come il confine internazionale tra Israele e lo stato palestinese; designerebbe Gerusalemme come capitale sia di Israele che dello stato palestinese; e richiederebbe “una soluzione equa” al problema dei profughi palestinesi. In pratica tale risoluzione, se approvata, sposerebbe completamente la posizione palestinese escludendo quella israeliana, e rappresenterebbe un grave allontanamento dalla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza (quella citata nel preambolo di tutti gli accordi tra israeliani e palestinesi, così come dei trattati di pace con Egitto e Giordania).
L’ex linea armistiziale fra Israele e Giordania non è mai stata, né era destinata a diventare, un confine internazionale. La risoluzione 242 non esige il ritiro di Israele su quella linea di armistizio in cambio della pace, bensì un ritiro “da territori” conquistati che sia tale da garantire a Israele e ai suoi vicini “confini sicuri e riconosciuti”. La linea armistiziale del ’49 (la cosiddetta “linea verde”) non può assolutamente essere considerata un confine sicuro dal momento che imponeva a Israele una “vita stretta” di meno di 15 km fra la Giordania e il mare, circondava Gerusalemme su tre lati e sovrastava l’area di Tel Aviv dalle alture di Samaria. Quanto a Gerusalemme, la risoluzione 242 non la menziona nemmeno.
Cipro (clicca per ingrandire)
Parlamentari francesi: “L’attuale status quo è l’unica opzione possibile”
La risoluzione 242 richiede “una giusta soluzione del problema dei profughi”, e in questo il testo proposto dalla Francia sembrerebbe solo ridondante. Non è così. La proposta francese apporta due modifiche sostanziali per quanto riguarda la questione dei profughi. In primo luogo, si riferisce soltanto ai “profughi palestinesi”, laddove la risoluzione 242 parlando di “profughi” intende sia i circa 600.000 profughi arabo-palestinesi da Israele, sia i circa 900.000 profughi ebrei dai paesi arabi. Come spiegò dopo l’adozione della 242 l’ambasciatore americano all’Onu nel 1967, il giudice Arthur Goldberg, la risoluzione “si riferisce sia ai profughi arabi che ebrei, giacché un numero circa eguale di ciascuna parte abbandonò le rispettive case a causa di vari eventi bellici”.
Non basta. Col termine “profughi” la 242 intende i veri profughi arabi ed ebrei delle guerre arabo-israeliane, non i loro discendenti. I palestinesi, invece, sostengono che lo status di profugo si applica a tutti i discendenti dei profughi (arabi) del 1948. Benché non esista alcun fondamento giuridico e nessun precedente storico per una simile pretesa, essa è entrata a far parte della “neo-lingua” odierna, adottata a quanto pare anche dai diplomatici francesi. Pertanto, secondo palestinesi e francesi bisogna trovare una “soluzione equa” non per i profughi ebrei e nemmeno per i reali profughi palestinesi, bensì per i discendenti dei profughi palestinesi (che secondo l’UNRWA ammontano a circa cinque milioni). La risoluzione francese non chiede ai palestinesi di abbandonare questa assurda pretesa, che è stata il principale motivo del fallimento del “processo di pace” negli ultimi vent’anni.
"Lo status quo non è un'opzione"
Federica Mogherini: “Lo status quo non è un’opzione”
Quando, nel 2008, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas spiegò all’allora segretario di stato Usa Condoleezza Rice perché non aveva accettato l’offerta di pace del primo ministro israeliano Ehud Olmert, disse che non poteva abbandonare il “diritto al ritorno” (lo riferisce la stessa Rice nelle sue memorie No Higher Honor). Dunque la risoluzione francese non chiede nulla alla parte palestinese, lasciando aperta la questione “diritto al ritorno” sebbene questa fantasia sia stata il pretesto utilizzato sia Yasser Arafat (nel 2000) che da Abu Mazen (nel 2008) per non firmare concretissimi accordi di pace con Israele.
In un incontro che ho avuto questa settimana con una delegazione di parlamentari francesi, ho chiesto loro se avevano da proporre una soluzione per il conflitto a Cipro. La risposta è stata un chiaro “no”. Ho anche chiesto loro se non fossero “stanchi” della quarantennale occupazione turca di una parte di Cipro (che uno stato membro dell’Unione Europea). La loro risposta è stata di nuovo “no”. Così, quando ho chiesto loro come immaginano il futuro di Cipro, mi hanno spiegato che l’attuale status quo è l’unica opzione possibile. Quando ho cercato di capire perché si lavavano le mani del conflitto cipriota pur essendo così ossessionati da quello israelo-palestinese, la loro risposta è stata non meno sorprendente: “Perché il conflitto di Cipro non produce instabilità”.
Ora, il Medio Oriente è la regione più instabile del mondo, con la gente che si massacra a vicenda, con paesi che implodono e generano terrorismo, con l’Iran e lo “Stato Islamico” (ISIS) che vanno a riempire i vuoti. Eppure i francesi non riescono a pensare a nulla di più urgente che istituire uno stato fallimentare nel bel mezzo dell’unico paese stabile e di successo di questa enorme zona di guerra.
Finché la Francia e l’Unione Europea non faranno esplicitamente cadere il cosiddetto “diritto al ritorno” dalle loro iniziative diplomatiche, lo status quo israelo-palestinese non solo continuerà, ma sarà anche l’unica opzione realistica, proprio come a Cipro.
(Da: i24news, 20.5.15)

I ministri europei si tengano pure certi loro “amichevoli consigli”

“La sicurezza duratura per uno stato di Israele ebraico e democratico non sarà possibile senza uno stato palestinese vitale e democratico”. Lo ha detto il ministro degli esteri di un paese europeo parlando ai cittadini di Israele durante una recente visita a Gerusalemme.
Purtroppo la frase denota arroganza – ancora una volta il ministro di un paese europeo pensa di sapere cosa è meglio per il bene degli ebrei più degli ebrei stessi – ma anche una lampante ingerenza nei nostri affari nazionali. Sarebbe come se il ministro degli esteri d’Isreaele andasse a dire agli europei che la loro sicurezza sdarà impossibile finché non concederanno alla crescente minoranza musulmana in Europa la piena autonomia e la libera applicazione della legge islamica della sharia, richieste che prima o poi verranno certamente avanzate. Gli europei mal tollererebbero una così arrogante ingerenza, e dunque non si capisce perché facciano la stessa cosa nei confronti di quelli che definiscono loro amici.
Consideriamo la frase nel merito. Per quanto riguarda la democrazia palestinese, il mandato del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), eletto nel gennaio 2005 sotto il patrocinio di Israele, è scaduto da sei anni. Tecnicamente oggi Abu Mazen è solo un privato cittadino. Ha sciolto il parlamento palestinese, poco dopo che si era formato con le elezioni del gennaio 2006, perché Hamas aveva stravinto. In ogni caso, anche il mandato del parlamento palestinese è scaduto da cinque anni. Non si tengono elezioni né vi è alcun accordo fra i palestinesi sulle prossime elezioni, perché se si tenessero Hamas si prenderebbe tutto, dopo aver preso brutalmente il controllo sulla striscia di Gaza nel 2007. E così Gaza rimane sotto il controllo di un’organizzazione terroristica (esplicitamente votata alla distruzione di Israele), e Ramallah sotto il controllo di una banda che manca di qualsiasi legittimazione pubblica e legale. Questa è la loro democrazia: nessun preparativo per un vero stato, niente istituzioni, niente politica, nessuna fonte di reddito, niente partiti e nessun incontro tra le parti.
 
L'aeroporto internazionale Ben Gurion visto da un villaggio palestinese di Cisgiordania. Sulla sinistra, il terminal e la torre di controllo; sulla destra, una pista. Sullo sfondo, sobborghi di Tel Aviv e il mar Mediterraneo (clicca per ingrandire)
L’aeroporto internazionale Ben Gurion visto da un villaggio palestinese di Cisgiordania. Sulla sinistra, terminal e torre di controllo; sulla destra, pista per aerei civili; sullo sfondo, sobborghi di Tel Aviv e mar Mediterraneo (clicca per ingrandire)
 
Per quanto riguarda la sicurezza, un territorio arabo indipendente in Giudea e Samaria (Cisgiordania) significherebbe la fine dello stato ebraico, cosa di cui l’Europa dovrebbe presumibilmente preoccuparsi. Lo sa, il ministro degli esteri del paese europeo, che il confine reclamato correrebbe a due chilometri dalla Knesset, la quale si troverebbe direttamente sotto il tiro dei cecchini? Lo sa che Abu Mazen prevede di portare in quel territorio centinaia di migliaia, forse addirittura milioni di “profughi palestinesi” dalla Siria, dall’Iraq e dal Libano? Sarebbe la versione più “moderata” del “ritorno”, comprendente anche intere brigate di terrroristi fra i più pericolosi ed esperti, i cui razzi e missili potrebbero a quel punto colpire agevolmente l’aeroporto Ben Gurion e le città di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme. Sarà il ministro degli esteridel paese europeo che correrà a salvarci, in quel momento? Forse come ha salvato le centinaia di migliaia di vittime in Siria, Iraq, Libia, Yemen ed Egitto? E come sta facendo per salvare l’Ucraina? Si noti che Israele ha un territorio più angusto, e dunque è il caso il più a rischio di tutti quelli appena ricordati.
Il ministro degli esteri del paese europeo sarebbe d’accordo di dividere Berlino o Parigi con lo Stato Islamico sulla base della demografia dei vari quartieri? Il muro di Berlino è stato abbattuto dopo 28 anni: dunque, perché si vuole ricostruire a Gerusalemme il muro che divise la città per 19 anni?
Una persona ragionevole si domanda come mai gli europei sono così ossessionati dai palestinesi, quando i palestinesi sono gli unici arabi in Medio Oriente che vivono una vita relativamente buona e sicura. Più che di occupazione, qui bisognerebbe parlare di un’opera di salvataggio senza la quale starebbero già scannandosi a vicenda, come accade nel resto della regione attorno a noi, che infatti ne risulta distrutta. Siria, Iraq, Libia, Yemen sono già distrutti, con milioni e milioni di profughi e centinaia di migliaia di morti.
O forse questa ossessione non ha tanto a che vedere con i palestinesi, ma piuttosto con gli ebrei?
Quando l’Europa parla allo stato ebraico, al posto di accuse, rimproveri e lezioncine ci aspetteremmo un po’ più di umiltà e di modestia.
(Da: YneNews, 15.5.15)

giovedì 7 maggio 2015

Il rapporto delle Nazioni Unite conferma l'uso delle strutture Onu da parte dei terroristi di Gaza

 

Un lancia razzi palestinese (nel cerchio rosso in basso) posizionato a ridosso di un edificio dell'Onu
Un lancia razzi palestinese (evidenziato dal cerchio rosso in basso) posizionato a ridosso di un edificio dell’Onu (clicca per ingrandire)
 
“Israele ha ricevuto una sintesi del rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e la studierà con attenzione allo scopo di proseguire la sua collaborazione con il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il suo staff per quanto riguarda la salvaguardia delle strutture delle Nazioni Unite, in particolare nei periodi di conflitto armato”. Lo afferma un comunicato diffuso lunedì scorso dal Ministero egli esteri israeliano, che prosegue: “Come dice il Segretario Generale nella lettera d’accompagnamento, Israele ha pienamente cooperato con questa indagine e ha agevolato il lavoro della Commissione nell’adempimento del suo mandato. Questa collaborazione dimostra ancora una volta che Israele, quando gli viene chiesto di contribuire a un’indagine professionale e imparziale, risponde in maniera collaborativa, aperta e disponibile, nonostante le riserve che può avere circa alcuni aspetti dell’impostazione dell’indagine, dei suoi risultati e delle conclusioni del rapporto”.
“La sintesi del rapporto – prosegue il comunicato – documenta chiaramente come le organizzazioni terroristiche nella striscia di Gaza abbiano approfittato delle strutture delle Nazioni Unite. Israele è impegnato a operare di concerto con le Nazioni Unite al fine di migliorare la sicurezza delle strutture Onu nella striscia di Gaza, con particolare attenzione alla prevenzione del loro utilizzo da parte di terroristi. Inoltre, Israele è pronto ad allargare la propria assistenza all’Unrwa (l’agenzia Onu per i profughi palestinesi), con l’obiettivo di prevenire il ripetersi di circostanze che vedono le strutture delle Nazioni Unite sfruttate per lo svolgimento di attività terroristiche, in manifesta violazione del diritto internazionale e in un modo tale da mette gravemente in pericolo i civili, compreso lo stesso personale Onu”.
 
Un razzo palestiense lanciato la scorsa estate dal cortile di una struttura Onu (clicca per ingrandire)
Un razzo palestiense lanciato la scorsa estate dal cortile di una struttura Onu (clicca per ingrandire)
 
Il comunicato di Gerusalemme si conclude sottolineando che “tutti gli incidenti attribuiti a Israele nel rapporto Onu sono già stati oggetto di indagini approfondite e, quando necessario, di inchieste penali ad opera delle competenti autorità israeliane: il che costituisce ulteriore riprova della serietà con cui Israele affronta questa problematica, della sua volontà e capacità di condurre indagini indipendenti, e del suo impegno verso il rispetto della legge. Israele fa ogni sforzo possibile per evitare danni a siti sensibili, a fronte di gruppi terroristici che non solo cercano sistematicamente di colpire i civili israeliani, ma che non esitano a usare i civili palestinesi e le strutture delle Nazioni Unite come scudi per le loro attività terroristiche”.
(Da: MFA, 27.4.15)

Quella bomba a orologeria al confine nord d’Israele

Di Yossi Yehoshua
Yossi Yehoshua, autore di questo articolo
Yossi Yehoshua, autore di questo articolo
 
Quand’anche l’attacco attribuito a Israele dello scorso fine settimana contro depositi di armi siriane al confine con il Libano avesse raggiunto il suo obiettivo e la fornitura di missili a Hezbollah fosse stata distrutta, e quand’anche fossero tutte vere le notizie relative ad altri analoghi raid attribuiti alle Forze di Difesa israeliane nel recente passato, bisogna comunque ricordare che si tratta pur sempre di una goccia nel mare. L’enorme arsenale di armi di Hezbollah non verrà eliminato da attacchi chirurgici una volta ogni sei mesi. Ad esempio, stando ad attendibili reportage della stampa estera, l’attacco di venerdì scorso al magazzino di missili siriano nella zona di al-Qalamoun, vicino al confine tra Siria e Libano, ha preso di mira missili Scud-C. Ma sappiamo che Hezbollah ha già ottenuto da tempo i più avanzati missili Scud-D.
Negli ultimi anni Hezbollah ha svuotando i depositi di armi del suo alleato siriano e, con tutto il rispetto per le impressionanti capacità dell’intelligence israeliana, non c’è modo di scoprire ogni singolo camion carico di armi che attraversa il lungo confine tra Siria e Libano.
 
 
L’assunto operativo è che Hezbollah sia armato fino ai denti: dai missili Scud-D in grado di raggiungere ogni punto d’Israele, ai precisi missili Fateh-110 con testate pesanti, ai missili cruise anti-nave Yakhont che raggiungono una gittata fino a 300 km, potenzialmente capaci di paralizzare le attività della Marina israeliana e di colpire punti strategici (a quanto risulta, le Forze di Difesa israeliane hanno attaccato una fornitura di Yakhont, ma alcuni rapporti sostengono che non tutti i missili sono stati distrutti), fino ai sistemi di difesa aerea e, naturalmente, allo stock di circa 130.000 razzi a medio-corto raggio, di diverse gittate, con una capacità di fuoco di 1.500 razzi al giorno. Se ciò non bastasse, Hezbollah è entrato in possesso di razzi a corto raggio Burkan provenienti dalla Siria, in grado di arrivare solo a 7 km ma capaci di trasportare testate a partire da 100 kg fino a mezza tonnellata di esplosivo, e dunque di causare danni rovinosi.
E’ vero che Hezbollah è immerso fino al collo nei combattimenti in Siria con 5.000 dei suoi uomini, ed è impegnato anche in Iraq e nello Yemen. I suoi combattenti vengono sepolti in segreto, mentre il bilancio delle vittime si avvicina a quota mille, oltre alle migliaia di feriti: non poco, per un’organizzazione che conta 15.000 combattenti regolari. Anche le iniziative aggressive messe in atto da Hezbollah sulle alture del Golan con l’aiuto iraniano non hanno avuto successo.
Tuttavia la sfida posta da Hezbollah sta diventando estremamente significativa, e qualsiasi tentativo di minimizzarla come se si trattasse di propaganda del Ministero della difesa israeliano è sciocco e potenzialmente assai pericoloso. Hezbollah ha acquisito una enorme esperienza in combattimento, inquadrato in vasti scenari come un esercito a tutti gli effetti, così come nel lancio di razzi e missili e nell’utilizzo di armi sofisticate. Giusto lo scorso fine settimana si è saputo che ha approntato nella valle della Bekaa una base di lancio per droni: un settore dove ha fatto significativi passi avanti ricevendo dell’Iran i velivoli teleguidati.
Se li si aggiunge alle molte armi che ha già ricevuto, è chiaro che l’establishment della difesa israeliana deve immediatamente elevare il suo livello di preparazione, alla luce delle lacune rilevate nel sistema d’addestramento di riservisti e unità regolari, che deve accelerare lo sviluppo del sistema anti-missilistico “Fionda di David” e creare una minaccia considerevole e temibile contro Hezbollah tale da scoraggiarlo dall’impegnarsi nel prossimo conflitto.
 
Aviopista di Hezbollah
Aviopista di Hezbollah nella valle libanese della Bekaa (clicca per ingrandire)
 
Se il raid dello scorso fine settimana è andato a segno, non si può escludere l’eventualità di ritorsioni da parte di Hezbollah, o anche della Siria. Circa tre mesi fa, con l’attacco sul Monte Dov il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah ha dimostrato d’avere anche lui le sue “linee rosse”: quella in atto è fondamentalmente una battaglia sulla deterrenza, e ciò richiede intelligence di alta qualità, superiorità tecnologica non solo in cielo ma anche sul terreno, e molto addestramento. Le capacità dimostrate l’estate scorsa dalle forze israeliane contro Hamas non saranno sufficienti contro Hezbollah.
Ma è anche vero che le Forze di Difesa israeliane hanno fatto grandi passi avanti rispetto all’estate 2006 (ultimo grande scontro in campo aperto con Hezbollah). Basta confrontare il numero di obiettivi che aveva allora l’aviazione israeliana – poco più di 200 – contro i più di mille individuati oggi, per rendersi conto che le capacità di intelligence sono migliorate al punto da poter sorprendere Nasrallah.
E tuttavia resta doveroso ricordare che al confine settentrionale d’Israele è innescata una vera e propria bomba a orologeria, il che impone di ragionare fuori dagli schemi. Se l’establishment della difesa non riuscirà a disinnescarla per tempo, siamo destinati ad affrontare uno scontro come finora non abbiamo mai sperimentato.
(Da: YnetNwes, 26.4.15)