Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

mercoledì 22 luglio 2015

Due pesi, due misure...come sempre quando si tratta di Israele

La settimana scorsa tre palestinesi sono stati trovati morti nelle celle carcerarie di Cisgiordania e Striscia di Gaza. Le loro storie però non hanno suscitato l’attenzione dei mass-media internazionali né delle organizzazioni per i diritti umani che operano negli Stati Uniti e in Europa. Il loro caso non è stato segnalato alle Nazioni Unite né alla Corte Penale Internazionale.
Per contro, il caso del 17enne Mohamed Kasba, ucciso a nord di Gerusalemme da un ufficiale dell’esercito israeliano che aveva rischiato di schiantarsi quando la sua auto era stata presa sassate dal ragazzo, ha ricevuto ampia copertura sui mass-media occidentali. Anche le Nazioni Unite si sono precipitate a condannare l’uccisione del giovane Kasba chiedendo “di porre immediatamente fine alla violenza” ed esortando tutte le parti a mantenere la calma. “Questo conferma la necessità di un processo politico che punti a istituire due stati che vivano uno accanto all’altro in pace e sicurezza”, ha detto Nickolay Maldenov, coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace di Medio Oriente. Inutile dire che Maldenov non ha trovato il tempo di fare alcun riferimento ai decessi avvenuti nelle prigioni dell’Autorità Palestinese e di Hamas. Non ha nemmeno ravvisato la necessità di esprimere preoccupazione per quanto accaduto o di chiedere l’apertura di un’inchiesta. Come i principali mass-media occidentali, le Nazioni Unite preferiscono voltarsi dall’altra parte quando i palestinesi torturano o uccidono dei loro connazionali.
La totale mancanza di interesse da parte della comunità internazionale è dovuta al fatto che questi uomini non sono morti in un carcere israeliano, giacché altrimenti i loro nomi si può star certi che sarebbero apparsi sulle prime pagine dei principali quotidiani occidentali. E i familiari delle vittime starebbero parlando con tutti i giornalisti occidentali delle “atrocità” israeliane e delle “violazioni dei diritti umani”. Invece non c’è un solo giornalista occidentale che faccia visita alle famiglie dei tre detenuti morti, proprio perché non sono morti in un carcere israeliano.
Nella stessa settimana in cui i tre detenuti venivano trovati morti, il Consiglio Onu per i diritti umani decideva di approvare una risoluzione di condanna nei confronti di Israele sulla base del rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’operazione “Margine Protettivo” condotta lo scorso anno nella striscia di Gaza. Anche in questo caso, il Consiglio Onu per i diritti umani preferiva ignorare completamente le violazioni dei diritti umani ad opera di Hamas e Autorità Palestinese, che negano ai loro detenuti i diritti fondamentali e cure mediche adeguate.
I due detenuti morti a Betlemme si chiamavano Shadi Mohamed Obeidallah e Hazem Yassin Udwan. Il terzo, quello ritrovato morto in una prigione controllata da Hamas nella striscia di Gaza, è indicato col nome di Khaled Hammad al-Balbisi. Sia l’Autorità Palestinese che Hamas sostengono che i tre uomini si sono suicidati. Secondo la polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese, Obeidallah, in carcere con l’accusa d’aver commesso un omicidio tre anni fa, si sarebbe impiccato con un pezzo di stoffa nei bagni della prigione. Anche Udwan, morto pochi giorni dopo in un’altra struttura detentiva della polizia palestinese a Betlemme, secondo la polizia si sarebbe suicidato. Il detenuto della Striscia di Gaza, al-Balbisi, 43 anni, recluso della autorità di Hamas con l’accusa d’aver aggredito la moglie, risulta che fosse già molto malato quando è stato arrestato e durante la detenzione non ha ricevuto cure mediche adeguate. Il Centro Palestinese per i diritti umani, un gruppo no-profit con sede a Gaza, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta che faccia luce sulle cause dei decessi dei detenuti. “L’Autorità Palestinese è responsabile della vita dei detenuti sotto il suo controllo e deve trattarli con dignità, garantendo anche l’assistenza sanitaria”, afferma il gruppo in un comunicato (che non è stato ripreso da nessuna testata giornalistica).
Quando muoiono tre detenuti in meno di una settimana all’interno di strutture detentive palestinesi, la circostanza dovrebbe essere considerata un campanello d’allarme, soprattutto fra i gruppi cosiddetti filo-palestinesi e gli attivisti per i diritti umani che operano in diverse parti del mondo. Ma costoro, come le Nazioni Unite e i principali mass-media, non si preoccupano dei diritti umani dei palestinesi se non si può considerare responsabile Israele. La loro ossessione per Israele li rende ciechi alle condizioni in cui versano i palestinesi che vivono sotto l’Autorità Palestinese e sotto Hamas, così come agli orrendi crimini che vengono commessi quotidianamente da terroristi musulmani in Medio Oriente e altrove.
La vicenda dei tre uomini morti nelle carceri palestinesi è l’ennesimo esempio della doppia morale che applicano mass-media e comunità internazionale per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese.
(Fonte: Gatestone Institute, 6 Luglio 2015)

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