Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 20 agosto 2015

La silenziosa pulizia etnica dei palestinesi

di Khaled Abu Toameh
pulizia-etnica-palestinesi-focus-on-israel
Non è un segreto che la maggior parte dei paesi arabi maltrattino da tempo i loro fratelli palestinesi sottoponendoli a una serie di leggi discriminatorie stile-apartheid e a norme che spesso negano loro i diritti fondamentali. In paesi come l’Iraq, il Libano, la Giordana, l’Egitto e la Siria, i palestinesi vengono trattati come cittadini di seconda e terza categoria, un fatto che costringe molti di loro a cercare una vita migliore negli Stati Uniti, in Canada, Australia e in vari paesi europei. Di conseguenza, oggi, parecchi palestinesi si sentono a disagio nei loro paesi di origine e in altri paesi arabi.
La situazione dei palestinesi nei paesi arabi ha iniziato a deteriorarsi dopo l’invasione irachena del Kuwait, nell’agosto 1990. I palestinesi furono i primi a “congratularsi” con Saddam Hussein per la sua invasione del vicino paese, che soleva fornire annualmente all’Olp decine di milioni di dollari. In molti, però, fuggirono dal Kuwait a causa dell’anarchia e dell’assenza di leggi che prevalsero dopo l’invasione irachena.
Quando il Kuwait venne liberato l’anno successivo da una coalizione guidata dagli Stati Uniti, circa 20.000 palestinesi furono espulsi dall’emirato ricco di petrolio come ritorsione per aver appoggiato l’invasione del paese da parte di Saddam. Altri 150.000 palestinesi erano fuggiti dal Kuwait prima della guerra del Golfo. Essi sospettavano una nuova incursione e si preoccuparono di ciò che sarebbe loro accaduto una volta che il Kuwait fosse stato liberato. La maggior parte dei palestinesi che lasciarono spontaneamente il Kuwait, o che furono espulsi, si stabilirono in Giordania.
I palestinesi residenti in Iraq stanno ora pagando un prezzo molto alto. Dal 2003, il loro numero è sceso da 25.000 a 6.000. Gli attivisti palestinesi dicono che gli iracheni stanno conducendo una campagna di pulizia etnica contro la popolazione palestinese presente nel paese. Secondo questi attivisti, dopo il crollo del regime di Saddam Hussein, le milizie sciite in Iraq hanno sistematicamente attaccato e intimidito la popolazione palestinese, inducendo molti a fuggire. Essi asseriscono che gli sciiti sono contrari alla presenza nel loro paese di sunniti non iracheni, compresi i palestinesi – soprattutto nella capitale Baghdad. Inoltre, a loro dire, molti sunniti che si sono opposti a Saddam hanno anche ingaggiato una guerra contro i palestinesi, come rappresaglia per l’appoggio da loro offerto al dittatore.
Thamer Meshainesh, leader della Lega per i palestinesi in Iraq, pochi giorni fa ha detto che i palestinesi si trovano a dover affrontare “violazioni senza precedenti” e “un numero crescente di attacchi”. Egli ha messo in guardia dal fatto che i palestinesi in Iraq sono stati presi di mira da varie milizie, come parte di una sistematica politica volta ad allontanarli dal paese.
Abu al-Walid, un ricercatore palestinese che da molti anni segue la difficile situazione dei palestinesi in Iraq, ha rimarcato che 19.000 dei 25.000 palestinesi residenti in Iraq hanno già abbandonato il paese. Egli ha anche notato che i palestinesi vengono presi quotidianamente di mira col pretesto di un loro coinvolgimento nel terrorismo. Secondo il ricercatore, molti palestinesi catturati dalle milizie sciite in Iraq sono stati brutalmente torturati e costretti a “confessare” il loro presunto coinvolgimento in atti di terrorismo.
Meshainesh e Abu al-Walid hanno accusato l’Autorità palestinese (Ap) di non riuscire ad aiutare i palestinesi residenti in Iraq. Essi hanno detto che l’unico tentativo compiuto dall’Ap a riguardo si è limitato a una “vuota retorica”.
I palestinesi dell’Iraq stanno pagando le conseguenze per essersi intromessi negli affari interni del paese. Questo è quanto accaduto ai palestinesi in Siria, Libano e in Libia. I palestinesi si trovano spesso coinvolti, direttamente o meno, nelle rivalità esistenti in seno ai paesi arabi. E quando sono in pericolo, gridano aiuto, come avviene oggi in Iraq.
Ma la cosa più interessante è la totale indifferenza mostrata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, dai media e dall’Autorità palestinese (Ap) verso il maltrattamento dei palestinesi nei paesi arabi.
L’Ap, i cui dirigenti sono impegnati quotidianamente nell’incitamento contro Israele, non ha tempo di preoccuparsi della propria gente nel mondo arabo. I leader dell’Autorità palestinese vogliono denunciare alla Corte penale internazionale “i crimini di guerra” commessi da Israele a causa della guerra condotta lo scorso anno contro Hamas e la continua costruzione di insediamenti in Cisgiordania.
Ma quando si tratta di pulizia etnica e delle torture cui sono sottoposti i palestinesi in paesi come l’Iraq, la Siria e il Libano, essi preferiscono fare finta di niente.
Allo stesso modo, i media internazionali sembrano aver dimenticato che ci sono decine di migliaia di palestinesi che vivono in vari paesi arabi. Gli unici palestinesi che i giornalisti occidentali conoscono e di cui si preoccupano sono quelli che risiedono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Questi giornalisti non si curano dei palestinesi del mondo arabo perché non si può incolpare Israele della loro condizione. La notizia che un arabo viene ucciso o torturato non merita alcuna menzione in un importante quotidiano occidentale. Ma quando un palestinese si lamenta delle autorità israeliane o dei coloni ebraici (settlers), molti giornalisti si precipitano a coprire questo sviluppo “di rilievo”.
La pulizia etnica dei palestinesi in Iraq non è uno strano fenomeno nel mondo arabo. Nel corso degli ultimi anni, decine di migliaia di palestinesi sono fuggiti dalla Siria. La maggior parte si è spostata in Libano e Giordania, dove le autorità stanno facendo tutto il possibile per assicurare che i profughi palestinesi sappiano di essere sgraditi. Gli attivisti palestinesi stimano che nel giro di pochi anni non ci saranno più palestinesi in Iraq e in Siria.
Le Nazioni Unite e altri organismi internazionali ovviamente non sentono parlare della pulizia etnica dei palestinesi nel mondo arabo. Essi sono talmente ossessionati da Israele che preferiscono ignorare le sofferenze dei palestinesi sotto i regimi arabi.
Non solo i paesi arabi disprezzano i palestinesi, ma vogliono anche che essi siano un problema esclusivamente di Israele. Ecco perché dal 1948, i governi arabi si rifiutano di permettere ai palestinesi di risiedere in modo permanente nei loro paesi e diventare cittadini con pari diritti. Ora, questi paesi arabi non solo negano ai palestinesi i loro diritti fondamentali, ma li uccidono, li torturano e li sottopongono a pulizia etnica. E tutto questo accade mentre i leader mondiali continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e a stigmatizzare Israele.

giovedì 13 agosto 2015

IMAGINE - The Israeli version [hebrew subtitles


La guerra sotterranea di hamas

Ibrahim Adel Shehadeh Shaer, 21enne di Rafah affiliato a Hamas, arrestato dalle forze di sicurezza israeliane ai primi di luglio quando ha cercato di entrare in Israele per “motivi personali e umanitari”, ha rivelato agli investigatori molte informazioni cruciali circa le attività di Hamas nella striscia di Gaza. Fra l’altro, ha rivelato che una strada recentemente aperta da Hamas lungo la recinzione di confine con Israele era destinata a realizzare un attacco a sorpresa con tanto di irruzione in Israele di veicoli dei terroristi. Shaer ha anche confermato l’intenzione di Hamas di utilizzare allo stesso scopo i tunnel sotto il confine ricostruiti dopo la guerra della scorsa estate, durante la quale lo stesso Shaer è stato attivo nella logistica di supporto garantendo il trasporto di attrezzature militari ed esplosivi ed è stato anche coinvolto direttamente nelle zone di combattimento. Agli investigatori Shaer ha fornito informazioni su particolari posizioni, percorsi e siti di scavo nella zona di Rafah in direzione del valico di Kerem Shalom. Ha anche parlato del rapporto tra Hamas e Iran, confermando il trasferimento nella striscia di Gaza di aiuti militari, denaro, armi avanzate e apparecchiature elettroniche, inclusi dispositivi per disturbare le frequenze radio che servono per teleguidare i droni. Ha inoltre confermato che Hamas utilizza i materiali destinati alla ricostruzione civile per produrre armi, e che i civili vengono messi in pericolo da Hamas che immagazzina regolarmente esplosivi nelle abitazioni.

lunedì 10 agosto 2015

Attacchi terroristici palestinesi che non fanno notizia....

Un gruppo di palestinesi ha aggredito alle spalle a colpi di pugnale, domenica sera, un 26enne israeliano che stava facendo rifornimento ad un benzinaio sulla statale 443, presso Modiin. Uno degli aggressori è stato colpito e ucciso dalla reazione di alcuni soldati presenti sul posto. Le forze di sicurezza stanno dando la caccia agli altri complici. L’aggredito è stato ricoverato allo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme con ferite alla spalla. Si tratta della terza aggressione terroristica palestinese nell’ultima settimana.

A dieci anni dal ritiro, la lezione di Gaza

Editoriale del Jerusalem Post
Maggio 2000: ritiro israeliano dal sud del Libano
Maggio 2000: ritiro israeliano dal sud del Libano
Dieci anni dopo che Israele ha sgomberato le comunità ebraiche dalla striscia di Gaza e parte del nord della Samaria (Cisgiordania), sono molto pochi gli israeliani – sia a destra che a sinistra che al centro – ancora disposti a sostenere senza se e senza ma quello che venne definito “il disimpegno”.
Il leader dell’opposizione Isaac Herzog ha recentemente definito quel ritiro un “errore”, e lo stesso ha fatto qualche tempo fa l’ex presidente d’Israele Shimon Peres. Anche Benjamin Netanyahu, che pure il 26 ottobre 2004 aveva votato a favore del piano di disimpegno, rassegnò le dimissioni in segno di protesta l’8 agosto del 2005, poco prima che fosse attuato, e da allora lo ha sempre criticato.
L’opinione pubblica israeliana si è spostata in modo significativo in questi ultimi dieci anni. Se nei mesi che precedettero il ritiro veniva registrata costantemente una forte maggioranza a favore del ritiro, un recente sondaggio mostra che la situazione è cambiata. Secondo il sondaggio condotto nel mese di luglio per conto del Begin-Sadat Center of Strategic Studies, il 63% degli intervistati afferma che all’epoca era contrario allo sgombero, e il 51% dice addirittura che gli israeliani dovrebbero tornare nella striscia di Gaza. Chiaramente diversi intervistati hanno proiettato sul passato il loro sentimento attuale di rammarico circa il ritiro.
Tuttavia sarebbe ingiusto sostenere che il disimpegno abbia portato solo danni a Israele. Dal punto di vista demografico, Israele ha cessato di essere responsabile per oltre un milione di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza. Oggi qualsiasi discussione sulla “bomba demografica a tempo” – l’argomento più forte contro ogni ipotesi di annessione o di soluzione ad un solo stato – può escludere dall’equazione i palestinesi di Gaza. E sebbene i critici sostengano che il ritiro ha scatenato i lanci di razzi e i colpi di mortaio, la realtà è che le comunità ebraiche sia all’interno della striscia di Gaza che nelle zone circostanti erano state ripetutamente attaccate già prima del disimpegno. Il primo missile Qassam venne sparato dai palestinesi di Gaza nel 2001, e furono molte di più le vittime, sia civili che militari, subite prima del disimpegno che dopo. Meno di 9.000 ebrei vivevano in mezzo a più di un milione di palestinesi violentemente ostili alla loro stessa esistenza. Aspettarsi che le Forze di Difesa israeliane li difendessero per tutto il tempo non era ragionevole.
Sinai: restituito all’Egitto con il Trattato di pace del 1979. Alture del Golan: ritiro e disimpegno delle forze nel 1974. Libano sud: ritiro israeliano dalla fascia di sicurezza nel maggio 2000. Striscia di Gaza: ritiro israeliano nell’agosto 2005.
Inoltre Israele ha raccolto alcuni frutti diplomatici del ritiro. Forse il più significativo è stata la lettera redatta nel 2004 dall’allora presidente degli Stati Uniti George Bush e approvata dalla stragrande maggioranza di entrambe le camere del Congresso, in cui si dice che i grandi blocchi di insediamenti in Giudea e Samaria (Cisgiordania) rimarranno parte integrante di Israele nel quadro di qualsiasi soluzione a due stati, e che il problema dei profughi palestinesi troverà soluzione dentro il futuro stato palestinese, e non dentro Israele. Quella lettera ha segnato un importante punto di svolta nella politica americana che aveva tradizionalmente considerato indistintamente tutti gli insediamenti come un ostacolo alla pace.
Detto tutto questo, però, l’insegnamento forse più grande che ci viene dal disimpegno di Gaza coincide con quello che è anche il suo più grande difetto: il ritiro ha dimostrato una volta per tutte quanto sia folle fare concessioni territoriali unilaterali. Lo scenario che si è realizzato dopo il ritiro unilaterale dell’esercito israeliano dal Libano meridionale nel maggio 2000, e che ha portato all’ascesa e al rafforzamento di Hezbollah, si è puntualmente ripetuto a Gaza. Meno di due anni dopo lo sgombero di Israele dalla striscia, con un sanguinoso colpo di stato Hamas ne estrometteva Fatah e ne prendeva il controllo. Ciò avvenne in gran parte perché il ritiro israeliano venne visto, perlomeno agli occhi dei palestinesi, come un successo del terrorismo e dei lanci di razzi di Hamas: dove le trattative non erano riuscite a ottenere concessioni territoriali, sostennero in modo convincente i fautori di Hamas, ci erano riusciti la violenza e il terrorismo.
Il successo di Hamas a Gaza nel procurarsi di contrabbando razzi sempre più grandi e più letali e a gittata sempre più a lunga, ha insegnato a Israele l’importanza di mantenere il controllo sui confini nel quadro di qualsiasi futura concessione territoriale ai palestinesi. La stessa lezione ci viene impartita dalla penisola del Sinai, tornata all’Egitto grazie agli accordi di pace di Camp David, e che oggi, sotto il controllo del Cairo, è degradata nel caos, sopraffatta da violente tribù beduine e da gruppi spietati legati ad al-Qaeda e allo “Stato islamico” (ISIS). Ecco dove nasce l’insistenza di Israele per mantenere il controllo sulla Valle del Giordano come condizione essenziale per la concessione di maggiore autonomia territoriale ai palestinesi in Cisgiordania.
Israele non vuole una replica in Cisgiordania di quanto è accaduto nel Libano meridionale, nella striscia di Gaza e nella penisola del Sinai.
Anche se l’opinione pubblica si è spostata negli ultimi dieci anni, da quando avvenne il ritiro del 2005 da Gaza e dal nord della Samaria, è sbagliato sostenere che quel disimpegno sia stato un completo fallimento. Ma la lezione forse più importante che si deve trarre da quel disimpegno è il potenziale pericolo insito nelle concessioni territoriali. Qualunque futura soluzione a due stati dovrà essere raggiunta mediante negoziati diretti con i palestinesi (certo non con pressioni unilaterali esercitate solo su Israele), e dovrà prevedere ferree misure di sicurezza. Ecco cosa bisogna tener bene a mente, a dieci anni dal ritiro da Gaza.
(Da: Jerusalem Post, 27.7.15)

Israele superpotenza per desalinizzazione e riciclo dell’acqua

La prima pagina del New York Times di sabato 30 maggio 2015
La prima pagina del New York Times di sabato 30 maggio 2015
 
Il New York Times ha dedicato l’apertura della prima pagina a Israele per il suo sistema di desalinizzazione dell’acqua tecnologicamente avanzato. Il giornale ha pubblicato un ampio reportage corredato da una grande foto, in cui si racconta il percorso che ha portato Israele, da paese dipendente dalla (scarsa) acqua piovana che era, a diventare una vera superpotenza della desalinizzazione e del riciclo.
“Un grande sforzo nazionale per desalinizzare l’acqua di mare del Mediterraneo e riciclare le acque reflue ha garantito al paese abbastanza acqua per tutte le sue necessità, anche nei periodi di grave siccità – scrive Isabel Kershner, giornalista della redazione di Gerusalemme del New York Times – Oggi oltre il 50% dell’acqua per le famiglie, per l’agricoltura e per l’industria israeliane viene prodotta artificialmente”.
Secondo il reportage, la vera inversione di tendenza è arrivata quando una siccità lunga sette anni, una delle più gravi che abbia mai colpito Israele, iniziata nel 2005 raggiunse il picco nel biennio 2008-2009 costringendo Israele ad affidarsi massicciamente alla desalinizzazione dell’acqua e al riciclaggio. Infatti le principali fonti di acqua dolce naturale del paese – il mare di Galilea, nel nord, e le falde acquifere della montagna e della costa – risultarono gravemente depauperate.
In questi anni, continua l’articolo, Israele è diventato il leader mondiale del riciclaggio e del riutilizzo delle acque reflue per l’agricoltura: tratta l’86% delle sue acque reflue domestiche e le ricicla per uso agricolo. “Al secondo posto la Spagna che ricicla il 17% delle sue acque di deflusso, mentre gli Stati Uniti riciclano solo l’1%”.
Kershner osserva che la rivoluzione idrica israeliana potrebbe avere anche un risvolto geopolitico: “Una nuova era di generosità dell’acqua potrebbe contribuire a migliorare i rapporti con i palestinesi e con la Giordania”.
L’articolo si guadagnerà probabilmente molta attenzione negli Stati Uniti, dove i mass-media sono sempre più preoccupati per la grave siccità che ha colpito la California, una potenza interna in fatto di agricoltura, e altre parti degli Stati Uniti occidentali. La crisi idrica in quelle aree ha già portato a un riesame della politica idrica degli Stati Uniti e all’attuazione di severe restrizioni da parte delle autorità statunitensi di gestione delle acque.
(Da: Israel HaYom, 31.5.15)

“Sta a noi incanalare le nostre energie verso il costruire anziché il distruggere”

Dov Kalmanovich incontra Inbar Azrak
Dov Kalmanovich incontra Inbar Azrak
La prima vittima israeliana della prima intifada palestinese, Dov Kalmanovich, ha visitato mercoledì le vittime israeliane e palestinesi della recente ondata di attacchi terroristici.
Kalmanovich, che oggi è vice sindaco di Gerusalemme, si è recato a visitare Inbar Azrak, la 27enne israeliana vittima di un’aggressione con ordigno molotov, e la famiglia Dawabshe, il cui figlio più piccolo è morto nel rogo appiccato da una molotov alla loro casa nel villaggio palestinese di Duma.
Azrak, la cui auto è stata colpita da una bomba incendiaria mentre transitava nei pressi di Beit Hanina (nella parte nord di Gerusalemme), è ricoverata all’Hadassah Ein Karem Medical Center. “Rimasi gravemente ferito in un attacco con bombe incendiarie 27 anni fa – ha raccontato Kalmanovich ad Azrak durante la sua visita – e venni ricoverato con ustioni sul 75% del corpo. Tuttavia, ritengo che sia mio dovere dirti che il recupero è possibile, con un sacco di ottimismo e di duro lavoro: io ne sono la prova vivente”. Azrak dal canto suo ha rievocato il momento dell’attentato, raccontando al vicesindaco lo shock che ha provato. Al termine della visita, gli ha detto che l’incontro le ha risollevato molto il morale.
Dov Kalmanovich incontr Satir Dawabshe
Dov Kalmanovich incontr Satir Dawabshe
Kalmanovich è poi andato a far visita alla famiglia Dawabshe, presso lo Sheba Medical Center. Riham Dawabshe, che ha perso il figlio più piccolo nell’incendio della loro casa, e suo figlio Ahmed di 4 anni sono ricoverati nell’ospedale in pericolo di vita per le gravi ustioni subite nell’attentato. La madre di Riham, Satir, ha incontrato Kalmanovich. “Chi ha commesso questo atto – la ha detto il vicesindaco di Gerusalemme – è un criminale e deve essere punito nel modo più severo previsto dalla legge. Sta a noi incanalare le nostre energie verso il costruire anziché il distruggere”. Satir si è commossa sino alle lacrime per la visita. “Il fatto che si identifichi con noi – ha detto – aiuta a rendere la cosa meno dolorosa e triste. Preghiamo Iddio perché Riham e Ahmed stiano bene”.
Dov Kalmanovich è nato e cresciuto a Gerusalemme, settima generazione a Gerusalemme della sua famiglia. Sotto la sua leadership l’ente per il restauro dello storico Quartiere ebraico di Gerusalemme ha ricostruito la settecentesca sinagoga di Hurva, distrutta dalla Legione Araba dopo la caduta della Città Vecchia nel 1948. Capolista di Bayit Yehudi a Gerusalemme per le elezioni municipali del 2013, è diventato vicesindaco della città. Agli inizi della prima intifada, nel gennaio 1988, una molotov scagliata da un palestinese di 14 anni infranse il parabrezza dell’auto su cui viaggiava Kalmanovich, lungo la strada da Gerusalemme e Beit El. Kalmanovich reagì rapidamente uscendo dal veicolo e rotolandosi a terra per spegnere le fiamme. Ma la molotov era stata riempita con una sostanza appiccicosa per far aderire le fiamme alla pelle della vittima e ci vollero diversi lunghi momenti per spegnere il fuoco. Un riservista di passaggio lo raccolse e lo portò di corsa con la sua macchina al primo ospedale, appena in tempo per salvargli la vita.
(Da: Israel HaYom, israele.net, 6.8.15)
Dov Kalmanovich nel 1988, con l’allora primo ministro israeliano Yitzchak Shamir
Dov Kalmanovich nel 1988, con l’allora primo ministro israeliano Yitzchak Shamir