Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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martedì 27 ottobre 2015

Chi ha paura delle telecamere sul Monte del Tempio?

Netanyahu: "E’ nel nostro interesse istituire la videosorveglianza 24 ore al giorno per confutare le false accuse contro Israele". I palestinesi: "E' una trappola"

Fedeli ebrei molestati da donne musulmane nei pressi del M onte del Tempio di Gerusalemme, durante le recenti festività di Sukkot
Fedeli ebrei e bambini in lacrime, molestati da donne musulmane nei pressi del Monte del Tempio di Gerusalemme durante le recenti festività di Sukkot
 
“Come abbiamo detto molte volte, Israele non ha alcuna intenzione di dividere il Monte del Tempio, e respingiamo completamente qualsiasi tentativo di insinuare il contrario”. Lo ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un comunicato alla stampa internazionale diffuso sabato sera. “Riconoscendo l’importanza del Monte del Tempio per i fedeli di tutte e tre le fedi monoteiste, ebrei, musulmani e cristiani – continua il comunicato di Netanyahu – Israele ribadisce il proprio impegno a mantenere invariato lo status quo sul sito sacro, con le parole e con i fatti. E rispettiamo l’importanza del ruolo speciale del Regno hashemita di Giordania, che si riflette nel trattato di pace del 1994 tra Giordania e Israele, e il ruolo storico di re Abdullah II. Israele – prosegue il primo ministro – continuerà ad applicare la sua consolidata politica secondo cui i musulmani pregano sul Monte del Tempio, mentre i non musulmani visitano il Monte del Tempio. Israele ritiene che coloro che si recano sul Monte del Tempio, per visita o per culto, devono poterlo fare in pace, senza violenze, minacce, intimidazioni o provocazioni. Continueremo a garantire l’accesso al Monte del Tempio a fedeli e visitatori pacifici, e a garantire il mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza. Accogliamo con favore – conclude Netanyahu – un maggiore coordinamento tra le autorità israeliane e il Waqf [ente del patrimonio islamico] giordano, per garantire fra l’altro che visitatori e fedeli esercitino moderazione e rispetto per la sacralità del sito, e tutto questo nel rispetto delle rispettive responsabilità sia delle autorità israeliane che del Waqf giordano. Sottoscriviamo l’appello per un immediato ripristino della calma, e per l’adozione di tutte le misure atte a garantire che cessi la violenza, che vengono evitate azioni provocatorie e che la situazione torni alla normalità in modo da promuovere le prospettive di pace. Siamo ansiosi di operare in modo cooperativo per attenuare le tensioni, fermare l’istigazione e scoraggiare le violenze”.
La dichiarazione di Netanyahu giunge dopo che il Segretario di stato Usa John Kerry ha annunciato che Israele ha accettato ciò che Kerry ha definito “un ottimo suggerimento di re Abdullah di Giordania”, custode del complesso della moschea di al-Aqsa sul Monte del Tempio: e cioè l’idea di garantire una copertura video 24 ore su 24 su tutto il sito. Sottolineando come il monitoraggio video fornirebbe “completa visibilità e trasparenza”, Kerry ha detto che tale misura “potrebbe cambiare davvero le cose, scoraggiando chiunque intenda disturbare la santità del luogo”. “Israele – ha aggiunto Kerry, anticipando le parole poi confermate da Netanyahu – continuerà ad applicare la sua consolidata politica sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif, compreso il fatto fondamentale che i musulmani vi pregano mentre i non musulmani lo visitano. Mi auguro – ha aggiunto Kerry – che sulla base di queste conversazioni potremo finalmente mettere a tacere alcune delle false supposizioni e percezioni che alimentano le tensioni e fomentano la violenza: è importante porre fine alla retorica provocatoria e iniziare a cambiare la narrazione pubblica che scaturisce da quelle false percezioni”.
Gelida la reazione palestinese. Parlando domenica a radio Voce della Palestina, il ministro degli esteri dell’Autorità Palestinese Riyad al-Maliki ha definito la proposta delle telecamere “un’altra trappola degli israeliani”, aggiungendo che la dichiarazione di sabato sera del primo ministro israeliano “non è credibile” perché in ogni caso “di Netanyahu non ci si può fidare”. “Chi monitorerà gli schermi di queste telecamere? – si è chiesto Maliki – Come verranno impiegate? Le registrazioni non saranno successivamente usate per arrestare giovani e fedeli musulmani con il pretesto dell’istigazione?”. Dal canto suo, Hamas ha dichiarato in un comunicato diffuso sabato: “Questo non è altro che un ignobile tentativo di Netanyahu, in collusione con gli americani, di consolidare il controllo sionista su al-Aqsa, concedendo all’occupazione il potere di autorizzare e vietare ai musulmani di pregare nella moschea”.
 
Il mufti palestinese Mohammed Ahmed Hussein domenica sera a Canale Due: “La Moschea di al-Aqsa esiste da 3.000 anni fa, e da 30.000 anni fa, e dalla creazione del mondo”.
 
Molto diversa la risposta israeliana. Aprendo domenica mattina la riunione settimanale del suo governo, Netanyahu ha affermato che “è nell’interesse di Israele” istituire la videosorveglianza 24 ore al giorno, giacché le telecamere permetteranno di “confutare” le false accuse secondo cui Israele starebbe modificando lo status quo, e di “mostrare dove originano davvero le provocazioni, e contrastarle”. Netanyahu ha detto ai ministri d’aver chiarito a Kerry che non ci sarà alcun cambiamento nello status quo, e che il sito continuerà a essere amministrato come è stato finora. “Le modalità di visita per gli ebrei sul Monte del Tempio saranno mantenute e non ci sarà alcun cambiamento” ha detto, aggiungendo che lo stesso vale per le modalità di preghiera dei musulmani. Netanyahu ha detto di sentirsi incoraggiato dalla “risposta positiva” del ministro degli esteri giordano Nasser Judeh ai suoi chiarimenti sulla questione. “Spero che questo aiuterà a calmare la situazione – ha detto – almeno per quanto riguarda il Monte del Tempio”.
Secondo l’agenzia di stampa ufficiale giordana Petra, il ministro Judeh ha detto che le osservazioni di Netanyahu costituiscono un “passo positivo nella giusta direzione”. Paradossalmente, nel dicembre del 2013 era stata la Giordania, che oggi ha proposto l’installazione delle telecamere sul Monte del Tempio, ha protestare vivacemente per l’annuncio di una analoga iniziativa da parte di Israele. “La Giordania rifiuta l’installazione ad opera di Israele di telecamere di sorveglianza per monitorare fedeli e funzionari del Waqf, in particolare le donne”, aveva detto allora il ministro dell’informazione giordano Mohammad Momani, citato dall’agenzia di stampa statale Petra.
Intervistato domenica sera dalla tv Canale 2, il mufti palestinese Mohammed Ahmed Hussein ha detto di non poter commentare il piano mediato dagli Usa di installare la videosorveglianza al Monte del Tempio di Gerusalemme. “E’ ancora in fase di progetto e il Waqf deciderà alla fine” ha detto Mohammed Ahmed Hussein, aggiungendo che in ogni caso “gli ebrei non hanno il diritto di salire al Monte del Tempio”. “La Moschea di al-Aqsa esiste da 3.000 anni fa, da 30.000 anni fa, dalla creazione del mondo” ha affermato il mufti palestinese, che ha anche negato con veemenza che vi sia mai stato un Tempio ebraico sulla sommità del Monte, a dispetto delle ricche testimonianze archeologiche e testuali, anche da fonti musulmane. Basti ricordare – scrive Ilan Ben Zion su Times of Israel – che una guida all’Haram al-Sharif (nome arabo del Monte del Tempio) edita dal Waqf islamico nel 1924 menzionava esplicitamente la presenza nell’antichità di due Templi ebraici sull’attuale spianata delle moschee a Gerusalemme. E vi sono almeno quattro iscrizioni del Tempio di Erode, distrutto dai romani nel 70 e.v., che attestano la presenza di un Tempio ebraico sulla spianata progettata da Erode duemila anni fa.
(Da: Times of Israel, Jersualem Post, YnetNews, 25.10.15)

giovedì 22 ottobre 2015

Israele: l’ondata di terrorismo palestinese non accenna a fermarsi

Gerusalemme, 22 Ottobre 2015 – Mentre il mondo si preoccupa delle parole del premier Netanyahu circa le responsabilità degli arabopalestinesi e dell’allora Gran Muftì di Gerusalemme durante la Seconda Guerra Mondiale, e in particolar modo del loro appoggio al nazismo, nelle città israeliane continuano gli attentati terroristici contro civili e militari israeliani con una frequenza impressionante. Grazie gli amici di Israele.net, del Borghesino e di Progetto Dreyfus cerchiamo qui di riassumere gli avvenimenti della sola giornata di ieri (!!!), in cui si sono verificati i seguenti attacchi:

– una 15enne palestinese armata di coltello ha cercato di entrare mercoledì mattina nel villaggio israeliano di Yitzhar, vicino a Nablus. Dopo aver cercato invano di fermarla con colpi di avvertimento, i soldati le hanno sparato ferendola alle gambe, dopodiché l’hanno soccorsa e portata in ospedale.

– Un agente di polizia è rimasto ferito da un’auto con targa israeliana guidata da un palestinese che lo ha investito a un posto di controllo alle porte della comunità israeliana di Ofra, in Cisgiordania (Giudea e Samaria). Il guidatore è riuscito a fuggire a piedi verso il vicino villaggio di Silwad, ma è stato successivamente arrestato dalla polizia israeliana. Non si esclude che possa trattarsi di un incidente di matrice terroristica.

– Una soldatessa israeliana è stata gravemente ferita a coltellate alla gola ad Adam, vicino al posto di controllo Hizme a nord di Gerusalemme, da un palestinese che si è poi scagliato verso una seconda soldatessa che invece è riuscita a sparargli in tempo, uccidendolo. Un complice del terrorista è stato arrestato subito dopo dai militari.

– Due palestinesi sono stati arrestati alle porte di Ma’ale Adumim (sobborgo est di Gerusalemme) perché trovati in possesso di due ordigni esplosivi artigianali nascosti nella loro auto.

– Un veicolo militare israeliano in transito mercoledì sera sulla statale 60, nei pressi di Beit Ummar, è finito sotto una pioggia di pietre lanciate da palestinesi. Quando i soldati sono usciti dal mezzo, sono stati travolti da un’auto in corsa in quello che appare come un attentato coordinato. Cinque i soldati feriti, di cui almeno uno grave. Il conducente palestinese è poi rimasto gravemente ferito dalla reazione dei militari. I palestinesi hanno anche cercato di impedire il soccorso dei feriti lanciando pietre contro i servizi d’emergenza.

– Un terrorista ha tentato di pugnalare una vittima a Gerusalemme, mercoledì sera, ma è stato colpito e neutralizzato prima che riuscisse a fare del male a qualcuno. Lo ha riferito Israel Radio.

– Un razzo palestinese lanciato mercoledì sera dalla striscia di Gaza verso Israele si è abbattuto su un terreno non edificato nella zona di Sha’ar Hanegev.

Nella stessa giornata le Forze di Difesa israeliane hanno revocato l’ordinanza con cui nei giorni scorsi avevano vietato agli agricoltori israeliani delle comunità prospicienti da striscia di Gaza di lavorare a meno di 1 km dalla recinzione di confine. L’ordine era motivato dalla presenza di cecchini palestinesi attivi dall’altro versante del confine.

martedì 20 ottobre 2015

Israele sulla Luna!

Siamo pronti! Israele è il primo concorrente ad aver firmato il contratto per il lancio del proprio veicolo lunare su un missile commerciale, e questa è già una vittoria sui 33 team che partecipano (solo 15 sono ancora in gara). La gara indetta da Google prevede l'allunaggio, l'esplorazione di almeno 500 metri, e la trasmissione di immagini e video HD. Quindi quando la bandiera israeliana scenderà sulla Luna nel 2017, Israele si unirà al ristretto club di USA, Russia e Cina. Europei, Giappone e India invece hanno anch'essi raggiunto la Luna ma si sono schiantati. Sarà un piccolo passo per la storia dello spazio ma un gigantesco passo per Israele e per il team dei costruttori che già sta lavorando per portare nelle scuole i frutti di una grande impresa ed entusiasmare una nuova leva di studenti di tecnologie di punta.
http://www.jpost.com/Israel-News/Israel-might-be-heading-for-the-moon-421233

Hit and run and stabbing attack in Jerusalem israel 13/10/2015


martedì 13 ottobre 2015

Il mito dei palestinesi “senza speranza”

Di Ben-Dror Yemini

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo
Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

C’è una irragionevole scuola di pensiero che sostiene che, se solo offrissimo ai palestinesi un orizzonte politico e un po’ di speranza, non dovremmo affrontare queste violenze, queste sommosse e non vi sarebbe un’altra intifada.
Una delle più dolorose ondate di terrorismo si verificò nel corso degli anni ’90: erano gli anni del processo di Oslo, anni pieni di grandi speranze. C’era un orizzonte politico, c’era un governo che si batteva per la pace. Sembrava che una soluzione fosse a portata di mano. Forse che tutto questo portò un po’ di calma? Magari. Quello che ricevemmo fu un’ondata di ininterrotto terrorismo. E non è ancora cessato.
Un’esplosione ancora più grande di terrorismo ebbe inizio con la “seconda intifada”. Accadde proprio quando Israele aveva accettato per la prima volta non solo uno stato palestinese, ma anche una divisione di Gerusalemme. Ma anziché un po’ di pace ricevemmo una sagra di stragi sanguinose.

Tel Aviv, via Dizengoff, 19 ottobre 1994: tredici mesi dopo la stretta di mano Rabin-Arafat

Quindi, per favore, piantiamola con la vaneggiante convinzione che “se solo dessimo loro un po’ di speranza, non ci sarebbe nessuna intifada”. Giacché non uno dei ragazzi violenti che lanciano pietre e molotov, che scatenano disordini, che ammazzano o che si fanno saltare in aria, lo fa allo scopo di “riavviare il processo diplomatico”. Non sono membri di un ramo palestinese di Pace Adesso. Non sono minimamente interessati ad alcun processo politico, o alla pace, o a una composizione del conflitto basata su due stati per due popoli.
Appartengono al campo di chi non vuole la fine dell’occupazione, ma la fine di Israele. Non appena sembra che qualcosa si muova, che una pace sia a portata di mano, ci danno dentro per distruggere qualsiasi progresso verso la pace con Israele. Questo è esattamente quello che hanno fatto negli anni ’90, ed è esattamente quello che hanno fatto durante l’anno più promettente di tutti per la pace, l’anno 2000, quando Israele era guidato dal governo di Ehud Barak, Shlomo Ben-Ami, Yossi Beilin e Yossi Sarid.

Dopo un attentato palestinese su un autobus israeliano

La violenza deriva dall’indottrinamento, dal nazionalismo estremista e intransigente, dal desiderio di distruggere Israele. Un’ondata di violenza, almeno nelle sue prime fasi, riguarda una minoranza. Non occorrono più di poche centinaia o poche migliaia di persone, su diversi milioni. I principali agitatori hanno poi bisogno di Israele per reclutarne altre decine di migliaia e allargare la sommossa. Nulla serve meglio gli interessi dell’islamista Raed Salah e di Hamas che slogan e azioni come “pugno di ferro”, “ritorsione”, “punizione collettiva”. E’ esattamente così che si ottiene che a migliaia e migliaia aderiscano alla spirale di violenza. Come al solito, i più estremisti dei coloni chiedono “sempre maggiori costruzioni in Giudea e Samaria” come “appropriata risposta sionista” al terrorismo. Ed è questo ciò che calmerà le cose? Lo pensano sul serio? Mescolare popolazioni ostili fra loro non ha mai sopito gli animi. Ma forse è questo ciò che vuole la destra ideologica: non uno stato ebraico, quanto piuttosto un unico stato in cui gli attivisti dell’estrema destra vivano dentro Silwan, nel cuore del quartiere musulmano di Gerusalemme, negli avamposti dentro aree costellate di villaggi arabi. E se oggi solo il tre per cento di loro prende parte attiva alle ritorsioni violente, l’estrema destra cerca il modo di trasformarli nel trenta per cento. Non si fermeranno finché non saremo diventati una nuova Siria.
Dall’altra parte Ayman Odeh, il leader moderato della Lista Araba Comune, si è rifiutato di condannare i recenti atti di omicidio. In un’intervista la scorsa settimana Odeh ha messo in chiaro di non essere disposto a “porre limiti” alla lotta palestinese. A volte questo genere di condanne, bisogna ammetterlo, possono essere di pura facciata: uno sfoggio di ipocrisia. Ma questa ipocrisia può avere un valore importante. perché questa ipocrisia comporta un senso di vergogna. Tutti, infatti, possiamo avere talvolta delle opinioni affette da pregiudizi. Di tanto in tanto persino delle idee un po’ razziste. Ma le persone civili sono consapevoli del fatto che queste opinioni sono inammissibili. Non ne vanno fiere. Se ne vergognano. Ayman Odeh ha perso il senso della vergogna: non è ipocrita, ma non è nemmeno una persona civile.
(Da: YnetNews, 10.10.15)

Scopo delle violenze? Tornare alla ribalta, ottenere concessioni senza negoziare

Per i palestinesi, il terrorismo è l'unico strumento da utilizzare per raggiungere i loro obiettivi


Reuven Berko
Reuven Berko

Scrive Reuven Berko: «Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) continua a giocare con il fuoco. Lui e i suoi sostengono che Israele, siccome è bloccato dai negoziati in stallo, cerca di scatenare violenza e terrorismo al fine di aumentare la pressione internazionale per la soluzione del problema palestinese. In realtà, è vero esattamente il contrario. Alla luce del caos in Medio Oriente, della minaccia di milioni di profughi che incombono sull’Europa e del fatto che il terrore islamico domina l’agenda internazionale, il problema palestinese è quasi uscito dai radar. Per questo motivo Autorità Palestinese e Hamas cercano di rilanciare il problema utilizzando il metodo che conoscono meglio: versare sangue di ebrei. Chiusi nell’angolo, Autorità Palestinese e Hamas hanno fatto ricorso ad un ignobile e collaudato detonatore: il grido “la moschea di Al-Aqsa è in pericolo”. A nulla sono valse le ripetute dichiarazione di Israele che lo status quo sul Monte del Tempio verrà preservato. Mentre in tutta la regione chiese e moschee vengono date alle fiamme, la calunnia contro Israele non si è fermata nonostante sia noto a tutti che proprio quella di al-Aqsa è la moschea meglio tutelata. La verità è che Abu Mazen e la sua gente (così come alcuni esponenti della Lista Araba Comune e del Movimento Islamico in Israele) aspirano a realizzare il sogno di una terza intifada, una sorta di riedizione di quella che a loro dire fu la prima intifada: “masse disarmate che praticano disobbedienza civile alla Gandhi”.
 
E va da sé che per portare avanti questo sogno è necessario ammazzare degli ebrei. Ma come tutti i piromani, Abu Mazen e il suo staff non si sono soffermati a considerare il fatto che il fuoco potrebbe bruciare pure loro. Eppure Abu Mazen sa bene che, se le cose gli sfuggiranno di mano come avvenne a Gaza nel 2007, e Hamas prenderà il controllo sul suo territorio, i capi dell’Autorità Palestinese verranno buttati giù dai tetti e le proprietà accumulate grazie alla loro gestione corrotta verranno confiscate. Dopodiché sarà difficile premere su Israele perché accetti la nascita in Cisgiordania di stato islamico sotto Hamas. Ecco perché suonano vuote le minacce dell’Autorità Palestinese di interrompere la cooperazione sulla sicurezza con Israele: servono solo per cercare di estorcere ciò che si vuole mediante la pressione internazionale, senza concedere nulla in cambio a Israele. Ma il momento della verità, per i palestinesi, si avvicina. Abu Mazen dovrebbe finalmente riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, rinunciare alla follia del “ritorno”, acconsentire a scambi di territori, accettare uno stato smilitarizzato con capitale Ramallah e confini non totalmente sotto il suo controllo. Purtroppo, invece, la falsa memoria dei palestinesi, e anche di alcuni arabi israeliani che sognano nuove intifade, fa loro dimenticare i disastri provocati dalla loro reiterata scelta di scontrarsi, anziché negoziare, con Israele. Alla luce della tragica “primavera araba”, dovrebbero piuttosto decidere di aggiornare la loro scheda di memoria». (Da: Israel HaYom, 7.10.15)

Eyal Zisser
Eyal Zisser

Scrive Eyal Zisser: «L’ondata di attacchi terroristici palestinesi ha riportato alla ribalta il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Tutt’a un tratto è di nuovo rilevante. Alcuni lo lodano per i suoi tentativi di contenere la portata delle violenze, altri lo criticano per aver contribuito a fomentare la piazza palestinese. E, naturalmente, non mancano quelli che invocano la ripresa dei colloqui di pace con lui. La cosa importante è che la gente è finalmente tornata a prestargli attenzione. Fino a poche settimane fa Abu Mazen era un uomo dimenticato. Anche i suoi più stretti collaboratori cominciavano a eroderne il potere. Con l’obiettivo di restare in scena, Abu Mazen ha usato il suo discorso alle Nazioni Unite per annunciare che i palestinesi non si ritengono più vincolati dagli accordi firmati con Israele. Ma anche questa minaccia non ha ottenuto molta attenzione. Ora, invece, Abu Mazen sta felicemente utilizzando l’ondata di attacchi terroristici al fine di garantire la propria sopravvivenza politica. La vuota minaccia formulata alle Nazioni Unite non nasconde il fatto che egli ha bisogno di Israele almeno quanto Israele ha bisogno di lui. Se non fosse per Israele, Abu Mazen avrebbe già perso da tempo il potere, e tutti i benefici che il potere comporta. Abu Mazen non è un uomo del terrorismo, e di certo ha imparato la lezione del suo predecessore Yasser Arafat che finì scottato dalle fiamme della seconda Intifada che egli stesso aveva innescato. Ma fiamme di basso livello servono agli scopi di Abu Mazen in questo momento, giacché aumentano la sua importanza di fronte a Israele, alla comunità internazionale e al suo popolo. E poi Abu Mazen si attiene strettamente alla narrazione palestinese secondo cui gli attacchi terroristici non vanno condannati in quanto fanno parte della “lotta popolare” contro “l’occupazione”. Solo poche settimane fa Abu Mazen era un uomo del passato. Ma l’ondata di attentati terroristici gli ha dato scopo e significato, perché ora ha di nuovo un ruolo da ricoprire. Speriamo che cerchi davvero di fermare le violenze. Soprattutto, speriamo che abbia ancora il potere di farlo». (Da: Israel HaYom, 8.10.15)

Ronen Yitzhak
Ronen Yitzhak

Scrive Ronen Yitzhak: «I palestinesi credono di poter intraprendere azioni unilaterali nei confronti di Israele, invece di negoziare con esso la creazione di uno stato palestinese. I palestinesi pensano di poter dettare le condizioni e ottenere che la comunità internazionale faccia pressione su Israele perché le accetti. E il terrorismo, per i palestinesi, è lo strumento da utilizzare per raggiungere i loro obiettivi. A quanto pare, Nazioni Unite e potenze mondiali hanno giocato un ruolo nell’ondata di terrorismo palestinese, quando hanno ignorato sia l’istigazione dell’Autorità Palestinese all’odio contro Israele, sia il suo sostegno finanziario ai terroristi detenuti. Se le Nazioni Unite e le potenze mondiali avessero preso posizione contro quella campagna di istigazione, avrebbero forse contribuito a prevenire il grosso degli attacchi terroristici. Invece l’Onu, lungi dal condannare l’istigazione, non ha nemmeno tenuto una seria discussione su di essa, esattamente come non ha discusso dell’esplicita istigazione iraniana per la distruzione di Israele. L’Onu ha invece offerto al presidente dell’Autorità Palestinese il palco da cui muovere minacce contro Israele e ha permesso ai palestinesi di issare la loro bandiera accanto alle bandiere degli stati membri, dando loro per l’ennesima volta l’illusione di essere ammessi nella comunità degli stati senza negoziare la pace con Israele. Ma i palestinesi cesseranno di ricorrere al terrorismo solo quando capiranno di non poter guadagnare nulla dal terrorismo sul piano politico. Portare i palestinesi al tavolo dei negoziati con Israele è nell’interesse sia di Israele che del mondo. Questo è ciò che dovrebbero fare Nazioni Unite e potenze mondiali». (Da: Israel HaYom, 8.10.15)

lunedì 12 ottobre 2015

Perché il terrorismo palestinese colpisce sistematicamente i civili, e se ne vanta

Il motivo per cui degli ebrei sono stati uccisi nella Città Vecchia di Gerusalemme nell’agosto 1929 e nell’ottobre 2015 è esattamente lo stesso

Di Emmanuel Navon

Emmanuel Navon, autore di questo articolo
Emmanuel Navon, autore di questo articolo
 
 
 
 
La scorsa settimana Eitam Henkin e sua moglie Naama sono stati assassinati davanti ai loro quattro figli mentre tornavano a casa in auto. Ho avuto il privilegio di conoscere Eitam, che frequentava un mio corso d’insegnamento su Alexis de Tocqueville al Kohelet Policy Forum. Eitam era una persona colta, un animo gentile e un uomo giusto. Aveva scritto due libri e decine di articoli sulla legge ebraica e stava completando un dottorato in storia all’Università di Tel Aviv. Eitam e sua moglie sono stati assassinati appena prima dello Shabbat in cui nelle sinagoghe viene letto il libro di Qohelet (Eccelsiaste). Qohelet afferma che “c’è un giusto che muore nella sua giustizia, e c’è un malvagio che vive a lungo nella sua malvagità” (Eccl. 7,15), ma non pretende di spiegare come mai.
La questione del perché Eitam e Naama sono stati uccisi non è solo filosofica, ma anche politica. Per i palestinesi e i loro tanti apologeti in Occidente, i coniugi Henkin sono colpevoli della loro stessa tragedia in quanto “agenti dell’occupazione”. L’Autorità Palestinese non ha condannato il delitto perché lo ritiene “un atto legittimo di resistenza”. Quando, due giorni dopo l’assassinio dei coniugi Henkin, sono stati accoltellati a morte nella Città Vecchia di Gerusalemme Nehemia Lavi e Aharon Banito, l’Autorità Palestinese non ha deplorato la loro uccisione a sangue freddo, ma l’uccisione a caldo del loro aggressore. Il portavoce dell’Autorità Palestinese Ihab Bseiso ha aggiunto che “l’unica soluzione è la fine dell’occupazione israeliana della nostra terra palestinese occupata e la creazione del nostro stato indipendente sui confini del ‘67 con Gerusalemme come capitale”. In altre parole, il terrorismo finirà quando Israele rinuncerà a ogni centimetro di terra conquistato difendendosi nella guerra dei sei giorni.
Naama ed Eitam Henkin
Naama ed Eitam Henkin
 
Ma è una menzogna.
Ottantasei anni fa, nell’agosto 1929, 133 ebrei vennero uccisi dagli arabi a Gerusalemme, a Hebron e a Safed. A quell’epoca non c’era nessuna “occupazione israeliana”. In realtà il motivo per cui degli ebrei sono stati uccisi nella Città Vecchia di Gerusalemme nell’agosto 1929 e nell’ottobre 2015 è esattamente lo stesso: i capi palestinesi hanno fomentato le violenze accusando falsamente gli ebrei di “profanare” la moschea di Al-Aqsa.
Nel 1929 Haj Amin al Husseini (il mufti di Gerusalemme, collaboratore dei nazisti, elogiato come un “eroe” dal capo dell’Olp Yasser Arafat) fece circolare volantini con foto ritoccate in cui si accusavano gli ebrei di pianificare la presa e la distruzione della moschea di Al-Aqsa. Il 16 settembre 2015, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha dichiarato testualmente: “Noi benediciamo ogni goccia di sangue versata per Gerusalemme, che è sangue pulito e puro se versato per Allah. Ogni martire andrà in cielo, e ogni ferito verrà ricompensato per volontà di Allah. La moschea di Al-Aqsa è nostra, la Chiesa del Santo Sepolcro è nostra, e loro [gli ebrei] non hanno alcun diritto di profanarle con i loro piedi sozzi. Noi non permetteremo loro di farlo e faremo tutto quanto in nostro potere per proteggere Gerusalemme”.
1929: ebrei in fuga dalla Città Vecchia di Gerusalemme a causa delle violenze arabe
 
Non deve dunque sorprendere se Muhannad Halabi, il 19enne assassino arabo che ha pugnalato a morte due ebrei nella Città Vecchia di Gerusalemme lo scorso sabato sera, prima di commettere il crimine ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Ciò che sta accadendo alla moschea di al-Aqsa è ciò che sta accadendo ai nostri luoghi santi e la via del nostro Profeta [Maometto]”. Halabi è stato istigato, ed ha agito di conseguenza. Non ha scritto d’essere motivato dalla necessità di creare uno stato arabo indipendente all’interno delle ex linee armistiziali che separavano Israele e Giordania negli anni 1949-‘67. Le vittime che ha preso di mira non erano militari, ma civili. La sua motivazione non era politica, ma religiosa.
Lo stesso vale per gli assassini di Eitam e Naama Henkin. In quanto membri di Hamas, non si battono per la creazione di un ulteriore stato arabo a fianco di Israele, ma per uno stato islamico “su ogni centimetro della Palestina” (articolo 6 della Carta di Hamas), dove non sarà ammesso nessun ebreo (e nessun cristiano). La Carta di Hamas cita il famoso hadith Al-Bukhari (una dichiarazione non compresa nel Corano, ma attribuita a Maometto): “Il Giorno del Giudizio non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: o musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo”. Secondo un sondaggio condotto da Stanley Greenberg nel luglio 2011, il 73% dei palestinesi concorda con questo hadith (si veda il Jerusalem Post del 15 luglio 2011).
Non è un caso se il terrorismo palestinese colpisce sistematicamente i civili. Come nel 1929, anche oggi l’assassinio di ebrei è motivato da sobillazioni calunniose e credenze religiose: entrambe già presenti ben prima della nascita dello stato di Israele, così come entrambe continuerebbero ad esistere anche se Israele dovesse ritirarsi da ogni centimetro di terra conquistato nel giugno ‘67.
(Da: i24news, 7.10.15)

mercoledì 7 ottobre 2015

7 Ottobre 1985: il dirottamento dell’Achille Lauro

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, venne dirottata da un commando del Fronte di Liberazione della Palestina. A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.
Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all’intercessione dell’Egitto, dell’OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell’invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat ), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità.
Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l’altro mediatore dell’OLP) oltre ad degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la base NATO di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.
L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all’aeroporto si schierarono a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano.
I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell’OLP.
Alla ripartenza dell’aereo con destinazione Ciampino si unirono al veivolo egiziano un veivolo del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) che era nel frattempo giunto con l’ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l’autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il veivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.
Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un’eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.
Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del ministero di Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.
Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l’altro mediatore dell’OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all’ergastolo in contumacia.
Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.
Dopo aver lasciato Alessandria e aver effettuato uno scalo in Grecia, l’Achille Lauro si diresse verso Napoli, quando la CIA passò un’informazione, forse proveniente dai servizi egiziani, relativa alla possibile presenza di esplosivo su alcune casse caricate ad Alessandria. Pur non potendo verificare la veridicità dell’informazione il SISMI, in accordo con il comandante della nave, decise per precauzione di far gettare in mare alcune casse di cui non era stato possibile far controllare il cui contenuto.
Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.

domenica 4 ottobre 2015

Gerusalemme, palestinese aggredisce famiglia israeliana: due morti e due feriti, anche bimbo


La moglie della vittima in gravi condizioni. Assalitore ucciso dalla polizia

Gerusalemme, 3 Ottobre 2015 – Ancora sangue per le vie della capitale israeliana: un terrorista palestinese ha aggredito questa sera quattro israeliani, tutti appartenenti a una famiglia israeliana nella città vecchia, uccidendo il padre e ferendo a morte un’altra persona.  Tra i feriti anche un bimbo di due anni e sua madre. L’assalitore, colpito da un poliziotto, è stato ucciso. Secondo il capo della polizia di Gerusalemme, citato dai media, il palestinese – che in base alle  informazioni raccolte ha 19 anni e proverrebbe da un villaggio presso Ramallah – prima ha colpito a coltellate i membri della famiglia israeliana, poi ha preso la pistola di una delle vittime ed ha cominciato a sparare contro i passanti e la polizia. Fatah, il movimento politico guidato dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, ha elogiato il “gesto eroico” dell’assassino.
Questo attentato, l’ennesimo degli ultimi giorni, giunge poche ore dopo l’uccisione di Eitam e Naama Henkin, una coppia di israeliani la cui automobile è stata crivellata di colpi mentre viaggiava tra gli insediamenti di Itamar e Elon More.
Ieri, come riferisce Arutz Sheva, un giovane palestinese è stato arrestato nella Città Vecchia di Gerusalemme dopo aver lanciato una molotov che è esplosa, senza tuttavia fare feriti. Fermati e messi sotto interrogatorio anche cinque giovani palestinesi della zona di Tekoa, nei Territori Contesi (precisamente in Giudea), sospettati di aver lanciato sassi contro le macchine. Sempre a Gerusalemme, giovani palestinesi sono stati respinti dalla polizia israeliana mentre tentavano di forzare un posto di blocco e accedere alla Spianata delle Moschee, violando l’ordinanza odierna che permette l’ingresso solo a uomini sopra i 40 anni.
Thanks to Progetto Dreyfus

venerdì 2 ottobre 2015

Nuovo attentato palestinese contro famiglia di israeliani: muoiono i due giovani genitori. Hamas loda l’azione


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Gerusalemme, 1 Ottobre 2015 – A poche ore dal discorso del premier Benjamin Netanyahu all’Onu, due genitori israeliani di circa 30 anni sono stati crivellati di colpi in un attacco terroristico mentre erano nella loro auto non lontano da Nablus in Cisgiordania. A bordo del veicolo c’erano anche i loro quattro figli: il più piccolo di 4 mesi, gli altri tra i 4 e i 9 anni. Tutti sono rimasti illesi nonostante i colpi indirizzati verso l’automezzo ma ricoverati in stato di shock.
La zona dell’uccisione è quella tra i due insediamenti di Elon Moreh e Itamar in Cisgiordania, già luogo nei mesi scorsi di altri incidenti. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, l’auto che portava la famiglia è stata attaccata poco dopo le 21 (ora locale) da uno o forse due terroristi che hanno sparato numerosi colpi di pistola e sembra anche di fucile. Gli aggressori, secondo i media, sono poi fuggiti a bordo di una macchina verso il vicino villaggio palestinese. Entrambe le vittime, secondo i medici accorsi sul posto, sono state colpite varie volte nella parte superiore del corpo e per loro non c’è stato nulla da fare. L’esercito sta setacciando l’intera zona nel tentativo di trovare i responsabili di quello che i media definiscono “un omicidio orrendo”.
E’ stata una scena molto difficile – ha detto Boaz Malka, un paramedico del servizio di soccorso giunto sul luogo dell’attentato- Abbiamo visto un veicolo nel mezzo della strada e un uomo sulla trentina steso accanto al mezzo con ferite nella parte superiore del corpo. Dentro l’auto era seduta una donna, anche lei sulla trentina, con molte e gravi ferite nella stessa parte del corpo. Non davano segni di vita e siamo stati sfortunatamente costretti a dichiararli morti“. L’area dove è avvenuto l’attacco ha visto di recente analoghi episodi: il mese scorso colpi sono stati sparati in direzione di un’altra auto israeliana, così come altri la settimana scorsa verso un’altra vettura.
Il portavoce militare israeliano ha definito l’ attacco “terroristico” e Hamas ha lodato l’attacco da parte della “resistenza palestinese”.  Alcuni esponenti del governo hanno addossato la responsabilità dell’accaduto all’istigazione da parte del presidente palestinese Abu Mazen, citando il suo discorso all’Onu di poche ore prima nel quale aveva annunciato di di non sentirsi più obbligato a rispettare gli accordi di Oslo nel 1993 che portarono al riconoscimento reciproco con lo Stato di Israele.
(Fonte: Rainews24.it, La Stampa.it, 1 Ottobre 2015)
Thanks to Progetto Dreyfus
Nell’immagine in alto: il luogo del sanguinoso attentato di matrice palestinese e le due vittime, Eitam e Na’ama Henkin