Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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martedì 13 ottobre 2015

Il mito dei palestinesi “senza speranza”

Di Ben-Dror Yemini

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo
Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

C’è una irragionevole scuola di pensiero che sostiene che, se solo offrissimo ai palestinesi un orizzonte politico e un po’ di speranza, non dovremmo affrontare queste violenze, queste sommosse e non vi sarebbe un’altra intifada.
Una delle più dolorose ondate di terrorismo si verificò nel corso degli anni ’90: erano gli anni del processo di Oslo, anni pieni di grandi speranze. C’era un orizzonte politico, c’era un governo che si batteva per la pace. Sembrava che una soluzione fosse a portata di mano. Forse che tutto questo portò un po’ di calma? Magari. Quello che ricevemmo fu un’ondata di ininterrotto terrorismo. E non è ancora cessato.
Un’esplosione ancora più grande di terrorismo ebbe inizio con la “seconda intifada”. Accadde proprio quando Israele aveva accettato per la prima volta non solo uno stato palestinese, ma anche una divisione di Gerusalemme. Ma anziché un po’ di pace ricevemmo una sagra di stragi sanguinose.

Tel Aviv, via Dizengoff, 19 ottobre 1994: tredici mesi dopo la stretta di mano Rabin-Arafat

Quindi, per favore, piantiamola con la vaneggiante convinzione che “se solo dessimo loro un po’ di speranza, non ci sarebbe nessuna intifada”. Giacché non uno dei ragazzi violenti che lanciano pietre e molotov, che scatenano disordini, che ammazzano o che si fanno saltare in aria, lo fa allo scopo di “riavviare il processo diplomatico”. Non sono membri di un ramo palestinese di Pace Adesso. Non sono minimamente interessati ad alcun processo politico, o alla pace, o a una composizione del conflitto basata su due stati per due popoli.
Appartengono al campo di chi non vuole la fine dell’occupazione, ma la fine di Israele. Non appena sembra che qualcosa si muova, che una pace sia a portata di mano, ci danno dentro per distruggere qualsiasi progresso verso la pace con Israele. Questo è esattamente quello che hanno fatto negli anni ’90, ed è esattamente quello che hanno fatto durante l’anno più promettente di tutti per la pace, l’anno 2000, quando Israele era guidato dal governo di Ehud Barak, Shlomo Ben-Ami, Yossi Beilin e Yossi Sarid.

Dopo un attentato palestinese su un autobus israeliano

La violenza deriva dall’indottrinamento, dal nazionalismo estremista e intransigente, dal desiderio di distruggere Israele. Un’ondata di violenza, almeno nelle sue prime fasi, riguarda una minoranza. Non occorrono più di poche centinaia o poche migliaia di persone, su diversi milioni. I principali agitatori hanno poi bisogno di Israele per reclutarne altre decine di migliaia e allargare la sommossa. Nulla serve meglio gli interessi dell’islamista Raed Salah e di Hamas che slogan e azioni come “pugno di ferro”, “ritorsione”, “punizione collettiva”. E’ esattamente così che si ottiene che a migliaia e migliaia aderiscano alla spirale di violenza. Come al solito, i più estremisti dei coloni chiedono “sempre maggiori costruzioni in Giudea e Samaria” come “appropriata risposta sionista” al terrorismo. Ed è questo ciò che calmerà le cose? Lo pensano sul serio? Mescolare popolazioni ostili fra loro non ha mai sopito gli animi. Ma forse è questo ciò che vuole la destra ideologica: non uno stato ebraico, quanto piuttosto un unico stato in cui gli attivisti dell’estrema destra vivano dentro Silwan, nel cuore del quartiere musulmano di Gerusalemme, negli avamposti dentro aree costellate di villaggi arabi. E se oggi solo il tre per cento di loro prende parte attiva alle ritorsioni violente, l’estrema destra cerca il modo di trasformarli nel trenta per cento. Non si fermeranno finché non saremo diventati una nuova Siria.
Dall’altra parte Ayman Odeh, il leader moderato della Lista Araba Comune, si è rifiutato di condannare i recenti atti di omicidio. In un’intervista la scorsa settimana Odeh ha messo in chiaro di non essere disposto a “porre limiti” alla lotta palestinese. A volte questo genere di condanne, bisogna ammetterlo, possono essere di pura facciata: uno sfoggio di ipocrisia. Ma questa ipocrisia può avere un valore importante. perché questa ipocrisia comporta un senso di vergogna. Tutti, infatti, possiamo avere talvolta delle opinioni affette da pregiudizi. Di tanto in tanto persino delle idee un po’ razziste. Ma le persone civili sono consapevoli del fatto che queste opinioni sono inammissibili. Non ne vanno fiere. Se ne vergognano. Ayman Odeh ha perso il senso della vergogna: non è ipocrita, ma non è nemmeno una persona civile.
(Da: YnetNews, 10.10.15)

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