Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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domenica 13 dicembre 2015

Fatah e Isis: il sacrificio dei bambini palestinesi

di Bassam Tawil – traduzione di Angelita La Spada
 Di recente, sempre più ragazzi, ragazze e bambini palestinesi hanno lasciato le loro case per andare ad accoltellare gli israeliani. I funzionari dell’Autorità palestinese (Ap) sostengono che i loro figli hanno preso questa decisione spontaneamente e che nessuno li invia a compiere attacchi terroristici. In realtà, però, ogni palestinese sa che dietro questi attentati “indipendenti” e “spontanei” c’è una istigazione deliberata e organizzata, in parte dai politici e in parte dalle fatwa (opinioni religiose) emesse dalle autorità religiose. Uno di questi religiosi, Sheikh Yusuf al-Qaradawi, se ne sta lontano e al sicuro, in Qatar, e manda a morire i bambini palestinesi. Le moschee e le scuole dell’Ap e della Striscia di Gaza, così come i social media, spesso sfruttano spudoratamente i minori palestinesi – che magari sono un po’ smarriti e che anelano a compiere un grande “atto eroico” per una grande “causa” romantica.
Ma poiché i soldati israeliani catturano spesso questi assalitori, molti omicidi commessi da questi bambini finiscono tragicamente anche in inutili suicidi “passivi”. I nostri leader perversi non solo incoraggiano i giovani palestinesi a commettere omicidi, ma quando essi sono uccisi mentre li perpetrano, sia l’Autorità palestinese sia Hamas affermano che sono stati “giustiziati” dagli israeliani. Poi, chiamano i nostri figli morti “martiri” (shuhadaa), li glorificano e li trasformano in figure di riferimento per altri ragazzi perdenti. E infine pagano alle loro famiglie ingenti somme di denaro. Essi mandano i minori a fare il lavoro sporco, ben sapendo che rischiano di essere uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Ma come possiamo giustificare noi stessi? Che cosa abbiamo permesso che accadesse alle belle menti che Allah ci ha dato? Che fine ha fatto il nostro senso della morale? È penoso vedere come questi ragazzi siano trasformati in cose di nessun valore. Sono bambini sacrificati da una cinica leadership palestinese che promuove una cupa cultura di sangue e morte.
Se i palestinesi preferiscono davvero combattere Israele, allora perché mandano i loro figli a combattere una “guerra santa”, invece di farlo loro in prima persona, da uomini? Da queste morti da entrambi i lati non ne viene nulla di buono – e nemmeno verrà. E la situazione della Moschea di al-Aqsa è migliorata? Non è più “in pericolo”? Il problema è che la Moschea di al-Aqsa non è mai stata in pericolo. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale palestinese, Wafa. non ci sono mai stati topi resistenti al veleno, liberati dagli israeliani con lo scopo di far scappare dalle loro case i residenti arabi di Gerusalemme. Come ha scritto sardonicamente un giornalista arabo: “Non è chiaro come a questi ratti sia stato insegnato a stare lontani dagli ebrei, che guarda caso vivono anch’essi nella Città Vecchia“. Non c’è mai stata alcuna gomma da masticare impregnata di afrodisiaco dagli israeliani per corrompere i nostri uomini e donne. E questo ha liberato un metro di terra palestinese? Gli ebrei sono davvero fuggiti “in preda al terrore” da Israele? Al contrario, gli ebrei europei fuggono in Israele. Paradossalmente, mentre gli ebrei sembrano divisi e scannarsi tra di loro, noi continuiamo a farli riavvicinare.
 In qualche modo, gli israeliani sembrano superare i rapimenti, gli attentati suicidi, gli omicidi e gli atti di terrorismo in generale che noi palestinesi perpetriamo contro di loro. Non indietreggiano mai, anzi avanzano. Ci sono due problemi che sembrano essere urgenti. Innanzitutto, dobbiamo decidere, e in fretta, se vogliamo davvero un altro conflitto armato con gli israeliani. In secondo luogo, dobbiamo veramente fare in modo che i nostri figli stiano lontani dai nostri campi di battaglia. Chiunque mandi giovani – molti di loro probabilmente con problemi emotivi – a uccidere e ad essere uccisi, è un assassino egli stesso e alla fine sarà distrutto. La società palestinese sembra regredire verso l’epoca oscura della jahiliyya, ossia verso l’era dell’ignoranza prima che l’Islam ci portasse nella luce. Anziché educare i nostri figli, come si fa in Occidente, a far parte della Generazione Start up, seguiamo l’esempio dell’Africa nera, dove i bambini sono armati con Kalashnikov e mandati a uccidere altri bambini. Siamo diventati niente di meglio degli iraniani, che inviavano i bambini, armati di “Chiavi del Paradiso” di plastica, a bonificare i campi minati, durante la guerra Iran-Iraq. Questi non sono “crimini di guerra”?
Ogni giorno i nostri figli bevono al pozzo avvelenato di Internet e imparano come decapitare, crocifiggere e tagliare gole. Torniamo alla jahiliyyah e sacrifichiamo i nostri figli e le nostre figlie, in nome di Allah, come se Allah fosse una statua pagana con tanto di altare che deve essere placata con il sangue dei bambini. Questa è più o meno la situazione del terrorismo palestinese oggi. Quelli che trascurano l’educazione dei loro figli devono ricordare che le ragazze indifese che oggi escono di casa all’insaputa dei genitori per andare ad accoltellare un israeliano potrebbero un domani arrecare disonore alla loro casa. Una tale società non spaventa gli ebrei né chiunque altro. Alla fine, probabilmente riusciremo solo a favorire la comparsa di fondamentalisti tagliatori di gole e a distruggere noi stessi. Viviamo in una società malata, nella quale la legge di autoconservazione esige omicidi e vendetta. Nei giorni di festa, i nostri figli guardano come noi uccidiamo le pecore, così si abituano all’uso dei coltelli, a tagliare le gole e al sangue che scorre. Vedono video di persone bruciate vive e affogate in Iraq e Siria. Vedono l’Isis. Niente li sconvolge. In Occidente, la morte di un animale domestico, anche di un pesce rosso, fa quasi svenire un bambino. I nostri figli guardano le pecore che lanciano gridi nell’agonia, e non battono ciglio.
L’Islam proibisce l’uccisione di donne, bambini e anziani, ma i palestinesi ascoltano le fatwa degli islamisti radicali che dicono loro di uccidere sempre e comunque – purché siano ebrei, anche fossero neonati. “Domani saranno soldati“, asseriscono i palestinesi. Le fatwa come questa distorcono e falsano il fondamento stesso del nostro Islam mandando i bambini incontro alla morte. Hamas, la Jihad islamica palestinese e l’Isis – tutte organizzazioni terroristiche – si sono estremizzate e nutrite nello stesso piatto dei Fratelli Musulmani. I coltelli dei palestinesi non sono poi così diversi dai coltelli dell’Isis. Essi decapitano i bambini, i giornalisti, i lavoratori impoveriti e altre vittime innocenti – tutto nel nome di Allah, e poi vanno a compiere attacchi terroristici nel resto del mondo. L’unica differenza è che i membri dell’Isis combattono in prima persona, mentre i palestinesi mandano a combattere i loro ragazzi.
Chi pensa di costruire il futuro della Palestina sulle spalle dei bambini assassini non solo sta distruggendo la società palestinese, ma ha imboccato la via delle fiamme dell’inferno. Anche il profeta Maometto (che la pace sia su di lui) e i suoi compagni decapitarono gli infedeli – ma questo nel VII secolo. Sempre più numerose sono le voci dei pii musulmani che invocano la riforma. Proprio la settimana scorsa, l’illustre accademica e giornalista Ibtihal Al-Khatib, dell’Università del Kuwait, ha detto in televisione: “Se non riformeremo noi stessi, ci estingueremo. Le nazioni che si attengono ai principi che sono contrati al progresso della civiltà scompariranno. Tali paesi non sopravvivranno. Qualsiasi tentativo di giustificare o legittimare il terrorismo è un’idea terroristica: l’idea e l’atto sono altrettanto pericolosi“.
Quanto asserito dalla Al-Khatib ha dimostrato come la studiosa sia anni luce più avanti rispetto al segretario di Stato americano John Kerry, che stupidamente si è lasciato sfuggire di bocca che certi attacchi terroristici avevano “una legittimità… una logica. Per questa dichiarazione egli è stato apertamente ridicolizzato. Le scuse che i terroristi trovano per giustificare l’uccisione di persone innocenti sono infinite, illimitate nella depravazione e inquinano le nostre società. Queste voci che invocano la riforma sono spesso frenate dalla paura che il loro potere, l’influenza e gli ottimi posti di lavoro – che mantengono solo grazie alla zakat [la decima] – potrebbero essere in pericolo. Alla maggior parte di noi non piace perdere benessere materiale e comodità. Molti musulmani non vogliono rinunciare ad avere schiavi, e questo non solo in Mauritania, ma ai vertici della comunità musulmana.
Ma non vi è alcuna giustificazione per il terrorismo. I francesi, che facilmente giustificano il terrorismo contro gli ebrei in Medio Oriente, ora si trovano a dover affrontare la stessa situazione in casa. L’unica cosa sorprendente è che sono stati sorpresi. L’immagine del terrorismo islamico globale diventa sempre più chiara. Qui, gli islamisti vogliono “liberare” Gerusalemme dall’occupazione da parte degli infedeli sionisti e crociati. In seguito, vorranno “liberare” la Spagna occupata, che una volta era l’Andalusia musulmana, e restituirla all’Islam. Dopodiché, vorranno occupare il Vaticano e stabilire l’Emirato islamico sulle rovine del Cristianesimo, come fecero “nell’epoca d’oro”, quando conquistarono Costantinopoli, la capitale dell’Impero bizantino.
 Mentre gli ebrei sono bravissimi a migliorare l’agricoltura, vincere i premi Nobel, inventare farmaci salvavita, creare startup e in genere a fare passi da gigante nelle scienze e nelle tecnologie di punta, noi palestinesi, indietreggiando verso la jahiliyya, non abbiamo dato nulla al mondo, se non terrorismo e morte. Anche prima che il palestinese Abdullah Azzam diventasse mentore di Osama bin Laden, i palestinesi avevano avviato una campagna terroristica globale. Il terrorismo palestinese ha preso il via negli anni Settanta. Nel maggio 1972, i passeggeri presenti nell’area ritiro bagagli dell’aeroporto israeliano di Lod (oggi chiamato Ben Gurion) furono massacrati. Nel settembre 1972, vennero trucidati 11 atleti della squadra olimpica israeliana, a Monaco. Nel maggio 1974, i terroristi palestinesi fecero strage di bambini israeliani nella cittadina di Ma’alot. Nel 1976, i terroristi dirottarono un aereo dell’Air France in volo da Tel Aviv a Parigi e individuarono i passeggeri ebrei a bordo. Nel 1978, sulla Strada costiera israeliana venne dirottato un autobus e furono uccisi i civili israeliani presenti sul mezzo di trasporto. Nel 1985, i palestinesi dirottarono la nave crociera “Achille Lauro”, al largo dell’Egitto, e poi uccisero a sangue freddo e gettarono in mare un invalido (ebreo) sulla sedia a rotelle di 69 anni.
E la lista potrebbe continuare all’infinito – dagli attacchi suicidi su autobus, nei caffè, negli alberghi, negli asili, nei centri commerciali e nelle discoteche, il più delle volte diretti contro la popolazione civile, all’attuale ondata di attentati contro gli israeliani accoltellati in strada, nelle loro auto e nei luoghi di culto. E adesso? I nostri leader palestinesi difendono questi minorenni accoltellatori spiegando che cercano di uccidere i civili ebrei a causa della “occupazione” o perché “al-Aqsa è in pericolo” – false dichiarazioni alla fine messe a tacere da un sondaggio palestinese della settimana scorsa. Nonostante i nostri figli siano manipolati a uccidere se stessi, ci sono ancora i leader di Fatah, come Abbas Zaki, un attivista anziano dell’organizzazione Fatah, che fa loro credere che ci sia qualche vantaggio da un’altra Intifada inutile o dal porre fine al coordinamento per la sicurezza con Israele. Lui e quelli come lui farebbero bene a ricordare che, come la maggior parte dei palestinesi sa benissimo, il coordinamento per la sicurezza con Israele è prima di tutto nel loro interesse. Impedisce all’Autorità palestinese di crollare; protegge i nostri leader dalla possibilità di essere assassinati per mano di Hamas, com’è stato il destino dei leader di Fatah nella Striscia di Gaza. È l’unica garanzia che abbiamo per una eventuale creazione di uno Stato palestinese.
Potremmo fare anche bene a ricordare gli effetti delle prime due Intifade. Centinaia, forse migliaia, di palestinesi sono morti, ma gli israeliani non si sono mossi di un metro. Portiamo avanti una campagna terroristica dopo l’altra. E la violenza non ci conduce da nessuna parte e non ci porta nulla – né da Israele né dalla comunità internazionale. Se davvero vogliamo avere il nostro Stato palestinese, possiamo averlo domani. Tutto ciò che dobbiamo fare è cambiare la nostra immagine di terroristi.

lunedì 7 dicembre 2015

Gli scrittori iraniani perseguitati trovano riparo (ed editori) in Israele

L’eccezione ebraica nell’arco da Casablanca a Mumbai
 
Roma. Novantanove frustate per aver “insultato la divinità”, oltre che per aver stretto la mano in pubblico a una donna che non fa parte della sua famiglia. E’ la condanna che il regime iraniano ha appena inflitto a Mehdi Mousavi, il poeta reo di non aver seguito i recenti dettami dell’ayatollah Ali Khamenei, che ha stabilito le regole di ciò che la “Guida Suprema” ritiene i “buoni poeti islamici” debbano osservare durante la scrittura.
 
ARTICOLI CORRELATI Califfi e proletari “Gli assassini ridono” “Il multiculti porta alla guerra civile” Rahim Safavi, capo dei pasdaran integralisti, lo aveva promesso: “Dovremo tagliare la gola a qualcuno e la lingua a qualche altro”. Il poeta Said Sultanpour venne rapito il giorno del matrimonio del figlio e ucciso in una prigione di Teheran. A Rahman Hatefi-Monfared tagliarono le vene e venne lasciato sanguinare a morte nella prigione di Evin. A Mehdi Shokri cavarono gli occhi, perché aveva scritto un poema beffardo in cui sosteneva che l’immagine dell’ayatollah Khomeini era apparsa in una luna piena. “Spero di vedere il giorno in cui nessuno sarà mandato in prigione in questa terra per aver scritto poesie”, aveva detto Mehdi Mousavi, condannato a undici anni di carcere oltre che alla sua porzione di frustate. E’ andata meglio al più celebre poeta della giovane generazione, Payam Feili. Qualche giorno fa il ministero dell’Interno israeliano, guidato da Silvan Shalom, gli ha rilasciato un permesso di ingresso nello stato ebraico. Sì, i perfidi sionisti hanno aperto le porte al cittadino di uno stato nemico, un iraniano. La visita di Feili coincide con la messa in scena a teatro a Tel Aviv della sua opera “Le tre stagioni”, bandita dagli ayatollah.
 
Poeta omosessuale, Feili ha subìto la censura, gli arresti, le minacce e le vessazioni del regime iraniano, prima di riparare in Turchia e adesso in Israele. E’ da undici anni che una sua opera non viene pubblicata in farsi e gli ayatollah costrinsero persino la casa editrice per la quale Feili lavorava come editor a licenziarlo. Lo scorso luglio, in una intervista al portale israeliano Nrg, Feili aveva espresso il desiderio di visitare lo stato ebraico. Così il ministro della Cultura, la likudnik Miri Regev, ha chiesto al ministro Shalom di concedergli il permesso di ingresso. Appena arrivato a Tel Aviv, il poeta iraniano ha dichiarato: “Ma questo è il più bel posto del mondo”.
 
   
Doveva ricordarsene l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, che in visita in Iran lo scorso luglio aveva parlato di “un’alleanza di civilizzazioni” tra Europa e Iran. La storia di Feili e di tanti altri dissidenti iraniani ci indica il contrario. Ci parla dell’unicità di Israele, l’unico porto franco di tutto il medio oriente per le minoranze religiose e sessuali: a sud, ci sono le fruste dei custodi dell’Arabia Saudita; a nord, i palazzi da cui vengono gettati gli omosessuali dallo Stato islamico; a est l’Iraq e poi l’Iran. Si affaccia sul Mediterraneo, a Haifa, il quartier generale della minoranza sincretista Bahai, perseguitata dal regime iraniano. Hanno trovato riparo in quel piccolo stato, più piccolo della Toscana, una goccia con i suoi ventimila chilometri quadrati contro una superficie di tredici milioni di chilometri quadrati dei paesi arabo-islamici. In una grande mezzaluna che va da Casablanca a Mumbai c’è soltanto il libero stato d’Israele.

Cosa rispose Ben Gurion a John Foster Dulles….

Quando David Ben Gurion ricopriva la carica di Primo ministro israeliano, si reco’ in viaggio negli Stati Uniti per incontrare il presidente Eisenhower, per chiedergli aiuto e sostegno nei primi tempi difficili dello Stato di Israele. John Foster Dulles, allora Segretario di Stato, sfido’ Ben Gurion cosi’:
Mi dica, Signor Primo Ministro – Chi, voi e il vostro Stato dovreste rappresentare? Gli ebrei della Polonia, o quelli dello Yemen, della Romania, del Marocco, dell’Iraq, della Russia o forse del Brasile? Dopo 2000 anni di esilio, potete onestamente parlare di una sola nazione, e di una sola cultura? Potete parlare di un patrimonio unico, o forse di una sola tradizione ebraica?
Ben Gurion gli  rispose cosi’:
Ascolti, Signor Segretario di Stato – Circa 300 anni fa, il Mayflower lascio’ l’Inghilterra con i primi coloni che si insediarono in quella che divenne la più grande superpotenza democratica conosciuta come gli Stati Uniti d’America . Ora, mi puo’ fare un favore? – esca  per strada, mi trovi 10 bambini americani e chieda loro quanto segue:
1 / Qual era il nome del capitano della Mayflower?
2 / Quanto duro’ l’ultimo viaggio?
3 / che cosa mangiarono i passeggeri?
4 / Quali furono le condizioni di navigazione durante il viaggio?
Sono sicuro converrà che con buone probabilità non sarà possibile ottenere una buona risposta a queste domande. Invece  – non 300 ma più di 3.000 anni fa, gli ebrei hanno lasciato il paese d’Egitto. Le chiedo, signor segretario, durante i suoi viaggi in tutto il mondo, di chiedere a 10 bambini ebrei di questi paesi diversi di rispondere a queste domande:
1/ Qual era il nome del capo che porto’ gli Ebrei fuori dall’Egitto?
2/ Quanto tempo ci volle prima di arrivare nella Terra di Israele?
3/ Che cosa mangiarono durante la traversata del deserto?
4/ Che successe quando si trovarono di fronte al mare?
Una volta ottenute le risposte a queste domande, vi esorto a riconsiderare attentamente la domanda che mi ha fatto.

Accoltellamenti, attentati, aggressioni: una “normale” giornata in Israele

Gerusalemme, 4 Dicembre 2015 – Un agente di polizia israeliano di 35 anni è stato ferito a coltellate, ieri pomeriggio, in via Hanevi’im, nei pressi della Porta di Damasco, a Gerusalemme, da un terrorista palestinese di 21 anni originario di Tulkarem. L’aggressore è stato ucciso dalla reazione del compagno di pattuglia del poliziotto ferito.
In precedenza un civile e un soldato israeliani erano stati feriti da colpi d’arma da fuoco esplosi da un’auto in movimento vicino al posto di controllo Hizma, alla periferia nord di Gerusalemme. Il terrorista, ucciso dalla reazione dei militari, era un ufficiale delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese.
Sempre nella serata di ieri un veicolo israeliano è stato raggiunto da una decina di colpi d’arma da fuoco nei pressi di Psagot (poco a nord di Gerusalemme): danni al mezzo, ma nessun ferito.
(Fonte: Israele.Net)

La nuova verità sul massacro di Monaco 1972: «Atleti israeliani torturati, uno fu evirato»


Picchiati, torturati, uno di loro fu anche evirato. Arrivano dalla voce di due vedove nuovi dettagli finora taciuti sul massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972. Una verità documentata da foto, definite troppo cruente per essere mostrate in pubblico. E che raccontano i maltrattamenti subiti dagli atleti, prima di essere uccisi dal commando di fedayn palestinesi di Settembre Nero.
Picchiati e torturati
Quello che successe davvero il 5 settembre 1972 e nelle 20 ore successive agli 11 atleti israeliani, lo raccontano Ankie Spitzer e Illna Romano, vedove di due di loro, al New York Times. Nel settembre del 1992, 20 anni dopo la tragedia, i loro avvocati le informarono di essere entrati in possesso di nuovi documenti e fotografie sulle ore del massacro. Le due donne, vollero vedere tutto il materiale. Per oltre un ventennio hanno taciuto su quanto avevano visto. Fino ad ora. La verità sulla strage verrà raccontata in un documentario, Munich 1972 & Beyond. «Hanno evirato mio marito, davanti ai suoi compagni» racconta Illna Romano, moglie di Yossef, olimpionico di sollevamento pesi. Ankie Spitzer, moglie di Andre, allenatore di scherma, spiega che solo 20 anni dopo la strage le autorità tedesche hanno deciso di fornire ai loro legali la documentazione sulla strage: centinaia di pagine di un rapporto di cui fino a quel momento era stata negata l’esistenza. «Era peggio di quanto mi immaginassi» racconta Illna Romano. Suo marito, spiega, cercò di affrontare i terroristi. Fu lasciato morire davanti agli altri atleti, ed evirato, non è chiaro se prima o dopo la morte. «Il momento in cui ho visto quelle foto è stato dolorosissimo. Fino a quel giorno mi ricordavo Yossef come un giovane uomo con un grande sorriso. Quel momento ha cancellato tutto quello che ricordavo di lui». A riconoscere il cadavere fu lo zio, ma, racconta, gli venne mostrato solo il volto. Altri ostaggi furono picchiati brutalmente, i cadaveri furono ritrovati con le ossa fratturate. «I terroristi hanno sempre sostenuto di non essere entrati in azione per uccidere» dice Ankie Spitzer «ma di volere solo la liberazione dei loro compagni dalle celle in Israele».
Il massacro
Il massacro avvenne tra il 5 e il 6 settembre 1972, quando a Monaco di Baviera erano in corso le Olimpiadi estive. Un commando di otto fedayn dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero fece irruzione nel villaggio olimpico negli alloggi destinati agli atleti israeliani. Due furono uccisi subito, altri 9 vennero tenuti in ostaggio per ore. Moriranno tutti, insieme a 5 fedayn e a un poliziotto, durante una sparatoria all’aeroporto con la polizia tedesca: i terroristi avevano ottenuto un aereo per lasciare Monaco. Gli altri 3 terroristi furono arrestati ma rilasciati il 29 ottobre dello stesso anno nell’ambito della trattativa per il dirottamento sopra Zagabria di un aereo della Lufthansa. Il documentario Munich & Beyond verrà presentato al pubblico a inizio 2016. A settembre nel Villaggio Olimpico di Monaco verrà inaugurato un monumento in ricordo delle vittime.

Quella “nakba” ebraica di cui non parla mai nessuno

Una legge, approvata dalla Knesset nel 2014 dopo anni di sforzi e trattative, ha infatti designato il 30 novembre come data ufficiale per la rievocazione annuale dell’espulsione degli ebrei dalle terre islamiche. Il decreto attuativo è stato firmato il 23 giugno 2014 e lunedì scorso è stato messo in pratica per la seconda volta con una serie di eventi e celebrazioni.
Gli ebrei hanno vissuto per millenni nei paesi arabi. Un certo numero di comunità ebraiche vi risiedeva sin da prima dell’avvento dell’islam. Ma nel XX secolo, per via dell’ascesa del nazionalismo arabo e del conflitto che investiva le comunità ebraica e araba nella Palestina sotto Mandato Britannico, gli ebrei vennero aggrediti e i loro diritti violati su larga scala nei paesi arabo-islamici.
La data del 30 novembre ha un significato speciale in quanto il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò il piano per la spartizione del Mandato Britannico sulla Palestina, con la conseguente creazione di uno stato ebraico che venne immediatamente e unanimemente respinto dalle nazioni arabe. Così, l’espulsione degli ebrei dai paesi arabi venne presentata in un primo momento come una sorta di vendetta per la decisione dell’Onu.
Nel periodo immediatamente successivo all’adozione del piano di spartizione, su ordine diretto della Lega Araba vennero scatenati dei pogrom contro gli ebrei a Aden, che nel 1948 aveva una comunità di 8.700 ebrei (45.000 in totale in tutto lo Yemen) e ad Aleppo, in Siria, che prima della creazione di Israele vantava una comunità ebraica di 20.000 anime. Più tardi, dopo la vittoria di Israele contro gli eserciti arabi che lo avevano attaccato nella guerra del ’48 (rimasta impressa nella memoria collettiva palestinese come la Nakba, la “catastrofe”), l’espulsione degli ebrei venne riformulata come un atto di rappresaglia per la vittoria militare di Israele. In Marocco il numero degli ebrei si ridusse dai 286.000 del 1948 ai 50.000 del 1968. Nei primi mesi del 2015 non se ne contano più di 2.500. In Algeria il numero degli ebrei passò dai 130.000 del 1948 ai 1.500 del 1968, mentre in Egitto nello stesso periodo gli ebrei passavano da 75.000 a meno di mille.
Tra il 1946 e il 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è riunita 197 volte per discutere lo status dei “profughi palestinesi” senza menzionare mai una sola volta la condizione dei profughi ebrei dai paesi arabi.
Edy Cohen, studioso orientalista del Menachem Begin Studies Institute dell’Università Bar-Ilan, lui stesso un profugo ebreo dal Libano, intervistato da i24news sull’esodo degli ebrei mediorientali a volte volontario, molto più spesso forzato, parla apertamente di “trasferimento imposto” e anche di “nakba ebraica”. “Perdettero tutto nella fuga per salvarsi la vita – dice Cohen – le case, le aziende, le comunità, le sinagoghe. Tutto è stato sequestrato, confiscato: un patrimonio pari a centinaia di miliardi di dollari”.
Sebbene a livello politico vi sia stato di recente un certo aumento di interesse per il destino degli ebrei profughi dai paesi arabi, questa tendenza non può in alcun modo essere paragonata all’enorme copertura mediatica di cui ha goduto sulla scena internazionale il destino dei profughi palestinesi.
Il governo israeliano ha promesso che risarcimenti per gli ebrei espulsi dalle terre musulmane faranno parte del negoziato su qualunque futuro accordo di pace con i paesi arabi, insieme al problema dei profughi palestinesi. “Non ci potrà essere nessuna equa soluzione al problema dei profughi palestinesi fino a quando non si troverà una soluzione per i profughi ebrei dai paesi arabi e per la proprietà che dovettero abbandonare”, conclude Cohen.
(Fonte: i24news, 30 Novembre 2015)

venerdì 4 dicembre 2015

La nuova verità sul massacro di Monaco 1972: «Atleti israeliani torturati, uno fu evirato»


Picchiati, torturati, uno di loro fu anche evirato. Arrivano dalla voce di due vedove nuovi dettagli finora taciuti sul massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972. Una verità documentata da foto, definite troppo cruente per essere mostrate in pubblico. E che raccontano i maltrattamenti subiti dagli atleti, prima di essere uccisi dal commando di fedayn palestinesi di Settembre Nero.
Picchiati e torturati
Quello che successe davvero il 5 settembre 1972 e nelle 20 ore successive agli 11 atleti israeliani, lo raccontano Ankie Spitzer e Illna Romano, vedove di due di loro, al New York Times. Nel settembre del 1992, 20 anni dopo la tragedia, i loro avvocati le informarono di essere entrati in possesso di nuovi documenti e fotografie sulle ore del massacro. Le due donne, vollero vedere tutto il materiale. Per oltre un ventennio hanno taciuto su quanto avevano visto. Fino ad ora. La verità sulla strage verrà raccontata in un documentario, Munich 1972 & Beyond. «Hanno evirato mio marito, davanti ai suoi compagni» racconta Illna Romano, moglie di Yossef, olimpionico di sollevamento pesi. Ankie Spitzer, moglie di Andre, allenatore di scherma, spiega che solo 20 anni dopo la strage le autorità tedesche hanno deciso di fornire ai loro legali la documentazione sulla strage: centinaia di pagine di un rapporto di cui fino a quel momento era stata negata l’esistenza. «Era peggio di quanto mi immaginassi» racconta Illna Romano. Suo marito, spiega, cercò di affrontare i terroristi. Fu lasciato morire davanti agli altri atleti, ed evirato, non è chiaro se prima o dopo la morte. «Il momento in cui ho visto quelle foto è stato dolorosissimo. Fino a quel giorno mi ricordavo Yossef come un giovane uomo con un grande sorriso. Quel momento ha cancellato tutto quello che ricordavo di lui». A riconoscere il cadavere fu lo zio, ma, racconta, gli venne mostrato solo il volto. Altri ostaggi furono picchiati brutalmente, i cadaveri furono ritrovati con le ossa fratturate. «I terroristi hanno sempre sostenuto di non essere entrati in azione per uccidere» dice Ankie Spitzer «ma di volere solo la liberazione dei loro compagni dalle celle in Israele».
Il massacro
Il massacro avvenne tra il 5 e il 6 settembre 1972, quando a Monaco di Baviera erano in corso le Olimpiadi estive. Un commando di otto fedayn dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero fece irruzione nel villaggio olimpico negli alloggi destinati agli atleti israeliani. Due furono uccisi subito, altri 9 vennero tenuti in ostaggio per ore. Moriranno tutti, insieme a 5 fedayn e a un poliziotto, durante una sparatoria all’aeroporto con la polizia tedesca: i terroristi avevano ottenuto un aereo per lasciare Monaco. Gli altri 3 terroristi furono arrestati ma rilasciati il 29 ottobre dello stesso anno nell’ambito della trattativa per il dirottamento sopra Zagabria di un aereo della Lufthansa. Il documentario Munich & Beyond verrà presentato al pubblico a inizio 2016. A settembre nel Villaggio Olimpico di Monaco verrà inaugurato un monumento in ricordo delle vittime.
Nell’immagine in alto: gli atleti israeliani vittime della Strage di Monaco del 1972: Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana, Yossef Romano, 31 anni, pesista, Yossef Gutfreund, 40 anni, arbitro di lotta greco-romana, David Berger, 28 anni, pesista, Mark Slavin, 18 anni, lottatore, Yakov Springer, 51 anni, giudice di sollevamento pesi, Ze’ev Friedman, 28 anni, pesista, Amitzur Shapira, 40 anni, allenatore di atletica leggera,  Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore, Kehat Shorr, 53 anni, allenatore di tiro a segno, André Spitzer, 27 anni, allenatore di scherma